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Il “pizzo” legalizzato dello Stato

Se un imprenditore riceve una lettera da un Comune o da un qualsiasi Ente pubblico, che comincia così: “In ottemperanza al DL 24 aprile 2014, n. 66”, già gli viene normalmente l'orticaria, ma se poi va più a fondo della questione, non si esclude anche il travaso di bile.

Il Decreto legge in questione infatti, tra le tante cose, ha autorizzato tutti gli enti pubblici a ridurre gli importi dei contratti in essere per la fornitura di beni e servizi nella misura del 5% per tutta la durata residua dei contratti medesimi.

Cioè: sebbene esista un contratto firmato e registrato che impegna il Comune a pagare 1000 euro l'artigiano, l'ufficio, la piccola impresa, il professionista, per il lavoro svolto, ora il Comune è legittimato a versarne solo 950. Se all'imprenditore non va bene, entro 30 giorni può sciogliere il contratto. Viene dunque introdotta ufficialmente una sorta di “pizzo” legalizzato, quell'orribile sistema con cui la malavita organizzata impone agli imprenditori di versare una quota per avere “protezione”. Lo Stato (in tutte le sue sfaccettature), sostanzialmente disconosce i contratti che ha firmato. La firma e il timbro che corredano l'accordo stipulato magari un anno prima, o anche solo il giorno prima, non valgono più nulla. Dice: “Per ridurre i costi della pubblica amministrazione”. Già, togliendo il 5% a tutti, indistintamente, lasciando invece che i ladri, dentro e fuori la pubblica amministrazione, continuino a farla franca.   

Gabriele Bassani 

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