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Rapina con sequestro per le bici di valore, arrestata tutta la banda

Rapina Mozzate Bici

Un frammento del video della rapina

C’erano anche padre e figlio nella banda dei 4 rapinatori che avevano messo a segno nel luglio scorso, il maxi colpo ad un’azienda di importazione di biciclette.
I Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Cantù, in collaborazione con i colleghi della Stazione di Mozzate (CO) e della Compagnia di Treviglio (BG), hanno dato esecuzione a 4 arresti disposti dal Tribunale di Como su richiesta dei P.M. Dott. Daniela Moroni e Pasquale Addesso che hanno coordinato le indagini.

Le ordinanze hanno colpito Matteo D.G., 57 anni abitante a Terno d’Isola (BG), già in carcere a San Vittorer come anche il figlio Marco D.G., 29 anni abitante a Terno d’Isola (BG), Antonio L. 46 anni, abitante a Milano e Gesualdo C. di anni 63, abitante a Filago (BG).

Per tutti, i reati contestati sono quelli di rapina aggravata e sequestro di persona in concorso. E’ successo tutto il 21 luglio 2017, verso le 14,30 tre uomini, tutti armati di pistola, irrompevano all’interno del capannone della ditta Anelsa Sas, di Mozzate adibito a deposito merci per conto di una società di Milano specializzata nel settore della commercializzazione di biciclette professionali.

I rapinatori facevano ingresso nella ditta qualche minuto dopo l’arrivo di un autoarticolato di proprietà di una cooperativa del settore autotrasporti per conto dello spedizioniere ex Bartolini di Cinisello Balsamo (MI), condotto da un autista di nazionalità ucraina. I malviventi, tutti armati di pistola e con il volto scoperto, costringevano 5 dipendenti della ditta a riunirsi in un anfratto del capannone ed a sedersi a terra, costantemente tenuti a bada da due dei tre malviventi e dopo essere stati privati dei loro telefoni cellulari. Subito dopo questa prima fase, uno dei rapinatori intimava ad un operaio di provvedere a caricare l’autoarticolato di numerose confezioni contenenti biciclette di marca, assicurandosi che queste fossero quelle più costose.

Terminate le operazioni di carico, protrattesi nel complesso per circa 40 minuti, lo stesso rapinatore ordinava all’autista ucraino di salire sul camion e di mettersi alla guida del mezzo. Tenendolo a bada con la pistola, il malvivente saliva a sua volta sul camion sedendosi al posto del passeggero ed intimando all’autista di avviare la marcia.

Gli altri due rapinatori, dopo la partenza dell’autoarticolato, rimanevano all’interno della ditta per tenere a bada i dipendenti ancora per circa 5-10 minuti, permettendo al complice che si era impossessato dell’autoarticolato di allontanarsi dalla zona in cui, a breve, sarebbero scattate le ricerche dei Carabinieri. Trascorso tale periodo di tempo, finalmente, anche i rapinatori rimasti a bada dei dipendenti si allontanavano, permettendo agli operai di dare l’allarme.

Nel complesso, il valore della refurtiva, composta da circa 180 biciclette ammontava a oltre 200mila euro.
L’autista ucraino era costretto a rimanere in balia dei suoi sequestratori sino alle ore 18,45 circa, quando veniva liberato, insieme al camion, naturalmente svuotato del prezioso carico, nei pressi di Melegnano.
Immediatamente partivano le indagini dei carabinieri, venivano acquisiti i filmati di numerose telecamere situate nella zona, che permettevano di tracciare il percorso dell’autocarro rapinato ed ottenere le prime informazioni sul modus operandi e sulle caratteristiche fisiche degli autori del reato.

Venivano analizzate migliaia di dati rilevati dai tabulati di traffico telefonico dai quali emergeva che gli autori della rapina avevano adottato ogni possibile cautela per sviare le investigazioni. Il lavoro certosino, effettuato manualmente dagli analisti del Nucleo Operativo, permetteva, però, di rilevare un piccolo, ma determinante, errore commesso verosimilmente da uno dei rapinatori che, inavvertitamente, aveva lasciato traccia della sua presenza nella zona della rapina.
La svolta principale nelle indagini, veniva dalla ricerca di episodi simili portati a termine con le stesse modalità nello stesso periodo.

Si appurava, così, che il giorno 31 luglio 2017, in Pieve Emanuele (MI), personale della Stazione CC di Opera aveva arrestato due pregiudicati dimoranti nel bergamasco, padre e figlio, trovati a bordo di un autocarro rapinato poco prima con la tecnica del sequestro dell’autista.

Altro dato importante che faceva scattare immediatamente l’attenzione degli investigatori era quello che il camion rapinato dai due trasportava un carico di prodotti alimentari appena caricati, guarda caso, in una ditta della provincia di Como.
Ottenute le fotografie dei due autori, si poteva constatare la perfetta corrispondenza delle loro caratteristiche fisiche con gli autori della rapina di Mozzate, immortalati dalle telecamere della ditta.

Le indagini continuano per verificare se alla realizzazione della rapina abbiano partecipato altre persone e per comprendere la destinazione della refurtiva che, sin dalle ore immediatamente successive al “colpo”, potrebbe aver imboccato la via dell’Est Europa.

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