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Una protesi per la retina, in 40 riacquistano la vista

Sono ormai una quarantina i pazienti italiani che, grazie all’impianto di una protesi retinica, hanno riacquistato una nuova capacità visiva, che ha permesso loro di aumentare notevolmente la qualità della propria vita.
Grazie a una tecnica innovativa, queste persone, affette da retinite pigmentosa, hanno potuto ritrovare la “vista”.

Lo mettiamo tra virgolette, perchè si tratta di una vista diversa da quella naturale, ma comunque in grado di regalare ai pazienti una discreta autonomia.

L’impianto di protesi retinica è stato sperimentato con successo sugli animali e successivamente è stato applicato, sempre con successo, sull’uomo.
La retinite pigmentosa è una malattia che colpisce in Italia oltre 20.000 persone e 167.000 in Europa.
Si tratta di una patologia rara, genetica e degenerativa: i sintomi possono manifestarsi già durante l’adolescenza, ma i problemi più gravi problemi in età adulta con una progressiva perdita della vista notturna e in condizioni di poca luminosità.

Successivamente si perde la vista periferica e negli stadi avanzati si può arrivare a una cecità completa.
Come funziona la protesi retinica? Tecnicamente è molto complesso: la protesi, impiantata con intervento chirurgico, è un dispositivo di neurostimolazione in grado di bypassare le cellule fotorecettrici danneggiate e stimolare le rimanenti cellule retiniche vitali.

Grazie ad una piccola videocamera posta sugli occhiali in dotazione al paziente, Argus II cattura e converte le immagini in una serie di piccoli impulsi elettrici, che vengono trasmessi in modalità wireless ad una matrice di elettrodi impiantati sulla superficie della retina. Tali impulsi hanno lo scopo di stimolare le cellule rimanenti della retina, con conseguente creazione di motivi di luce che vengono trasmessi dal nervo ottico al cervello.

Insomma, si può davvero parlare di una “vista a pixel”, non esattamente identica quella naturale, che però permette, nella prima fase, di distinguere luci e ombre.
La convalescenza e la “rieducazione” post-operatoria sono fondamentali: in questo modo la riabilitazione consentirà ai pazienti di tramutare il gioco ombre-luci in una visone sempre più precisa, riuscendo a percepire discretamente i contorni degli oggetti, i visi delle persone. Una vista ridotta, certo, che comunque sarà sempre meglio di una completa cecità, perché permette di acquistare molta autonomia nella vita di tutti i giorni, sia pratica che sociale e anche affettiva.
Dal momento che non tutti i soggetti risultano idonei a questo trattamento, tra l’altro molto costoso, e che la riabilitazione post-operatoria è decisamente intensa, lunga e impegnativa per il paziente, ancora non si può gridare al miracolo, anche se la scienza ha fatto passi da gigante in questo senso.

L’impianto di queste protesi è molto costoso e richiede la disponibilità di ospedali attrezzati e medici formati. Si tratta inoltre di un intervento che viene effettuato in convenzione per il momento solo in poche regioni: in Toscana, dove sono stati eseguiti ben 30 interventi, in Lombardia e in Veneto.

Per informazioni sulla retinite pigmentosa e le protesi, si può chiamare il numero verde 800 879 697.

 

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