Non è più un Paese per fabbriche

Stiamo seguendo il dramma della progressiva dismissione di produzioni della Electrolux in Italia, che tocca da vicino anche le nostre zone, con lo stabilimento di Solaro dove lavorano circa 920 persone, probabilmente la più grande fabbrica metalmeccanica rimasta in tutta la provincia di Milano. Purtroppo è solo l'ultimo caso di una lunghissima serie di cui siamo stati chiamati a dar conto negli ultimi 25 anni. Stavolta, raccogliendo le impressioni e le preoccupazioni tra i dipendenti, mi è capitato anche di sentire una lavoratrice che, pensando all'azienda, ha detto: “Non ce l'ho con loro, ma con questo Stato che non fa niente per tenerli qui”. In questi giorni sono in corso incontri istituzionali e ci auguriamo tutti che la signora venga smentita dai fatti, ma la sua è una sensazione diffusa. Questo Paese non è più in grado di tenere le grosse produzioni industriali: le multinazionali che possono scegliere, scelgono di non produrre più in Italia. Per un problema di costi, ovviamente e soprattutto (pare che in Polonia facciano le stesse lavastoviglie con un costo orario di meno della metà) ma anche per altri grossi problemi: trasporti, logistica, energia e… burocrazia. Per la mancanza assoluta di certezze sul piano autorizzativo e legale. Produrre manufatti in Italia oggi è difficilissimo e chi continua comunque a farlo, rispettando le regole, va considerato un vero e proprio eroe. Intanto però, prepariamoci ad un cambio radicale di prospettiva. Il nostro non sarà mai più un Paese di fabbriche e deve puntare a vivere delle immense risorse che possiede: arte, cultura, turismo ed eccellenze agroalimentari. E' evidente che sarà un passaggio traumatico, ma al momento mi pare l'unico realisticamente perseguibile.

Gabriele Bassani  

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