Il mio amico, l’alcol e lo Stato

Sto camminando per strada, qualche giorno fa, quando mi casca l'occhio su un annuncio funebre: riguarda un uomo neppure cinquantenne che è morto. Il nome mi dice qualcosa ma non riesco a focalizzare, però accanto c'è la fotografia, la guardo e mi dico: “Ma io lo conosco…”. Poi, istante dopo istante, la nebbia si dirada e il mio cervello focalizza… certo che lo conosco, l'ho incontrato mille volte al bar: al mattino io bevevo il caffè e lui la birra, alla sera io bevevo l'aperitivo e lui era alla decima birra, se non alla quindicesima. Poi ne avevo perso le tracce sapendo che, purtroppo, si era ammalato. Adesso vedo il suo volto sul muro, in quell'annuncio funebre, e penso: l'alcool uccide. Voi mi direte: lo sappiamo. Ma non è una risposta. Noi, anche su queste pagine, combattiamo lotte contro il pericolo amianto, denunciamo la paura che le onde magnetiche possano far male, condanniamo droga e sigarette, ma la gente attorno a noi muore di alcool e noi ci limitiamo a dire “lo sappiamo”? Certo, l'alcool è un business di Stato come le slot-machine, l'alcool è il vino, prodotto sacro per la nostra Italia (e guai a chi ce lo tocca, sia chiaro), ma fino a dove deve arrivare l'interesse dello Stato a far girare l'economia e dove comincia invece il dovere di tutelare la salute dei cittadini?

Piero Uboldi

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