Quando i taxisti si arrabbiano

Nei giorni scorsi i taxisti italiani hanno inscenato una protesta colorita (e a tratti purtroppo violenta) per difendere i loro diritti contro gli Ncc e contro Uber. A me, personalmente, non importa molto di quella protesta, non mi interessa sapere chi ha ragione e chi no, chi è bravo e chi cattivo. Io mi rendo conto soltanto che i taxisti sono l’unica categoria italiana che sa ancora protestare seriamente, sono l’unica categoria che sa ancora scioperare in modo duro, che sa mettere in crisi il sistema. Sì, solo i taxisti e (a volte) i camionisti. Tutti noi altri, invece, abbiamo perso questa capacità, che è strumento importante negli equilibri di una democrazia.

In Francia, quando fanno una protesta o uno sciopero, lo fanno sul serio, dura anche 20 giorni o un mese, è un braccio di ferro. Da noi ormai non è più così, spesso gli scioperi si fanno al venerdì, quasi fosse una scusa per avere un weekend lungo, e la credibilità scema. Ma i taxisti no, ogni volta che s’incazzano, sono dolori per tutti.

Noi italiani, che ormai sembriamo anestetizzati da televisori e telefonini, dovremmo imparare dai taxisti a protestare seriamente, quando ci sono problemi seri. Protestare per chiedere più sicurezza nelle nostre case, pene certe per i delinquenti, ma soprattutto tagli veri alla casta per avere risorse con cui creare sviluppo e lavoro. Invece le nostre proteste, ormai, si limitato a vomitare inutili insulti su Facebook contro i politici. Poi, spento il pc, torna tutto come prima.

Piero Uboldi

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