Quando diamo la nostra parola

notiziarioIo sono una persona che crede ancora nel “dare la parola”: se due persone si parlano, negli affari come nella vita, e raggiungono un accordo a voce, per me quell’impegno vale più della firma di un contratto.
Perché la firma è una prova da far valere davanti a un giudice, la parola è la mia dignità di uomo da far valere davanti a chiunque; non c’è niente, se non un oggettivo cataclisma, che me la può far rimangiare. Ne va del mio nome, della mia immagine, ma soprattutto della mia coscienza.

Probabilmente, però, io sono un romantico, una persona che crede ancora in un mondo basato sui valori, mentre oggi la nostra società è sempre più fondata sull’opportunismo e sull’arrivismo: non conta più la dignità, contano i quattrini, conta il profitto, conta la comodità.
Me ne accorgo sempre più spesso, diventa sempre più difficile stringere una mano, guardarsi negli occhi ed essere certi di aver raggiunto un’intesa. Le parole, purtroppo, passano, le strette di mano forti e sincere sono sempre più rare.

Più volte mi è capitato di rimanere con l’amaro in bocca per una parola non mantenuta. Eppure io continuo, ci credo ancora, perché in un mondo che sta cambiando in peggio capita ancora di incontrare persone che la pensano come me, che a quella stretta di mano danno un valore inossidabile.
E con quelle persone sai che i rapporti che nascono sono ancora veri, profondi e duraturi. Ma soprattutto umani.

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