Home SERIE TV "Patriot", la recensione - Da spionaggio a pastorale familiare

“Patriot”, la recensione – Da spionaggio a pastorale familiare

PATRIOT non è recente, non è fra i titoli delle ultime uscite, ma è una serie che merita di essere recuperata sulla piattaforma Amazon Prime Video. Prodotta dai Prime Studios e creata da Steven Conrad, ha una trama che inganna: protagonista è uno 007, John Tavner, un americano che deve impedire all’Iran di usare l’energia nucleare, usando come copertura il suo lavoro in un’impresa di tubazioni.
In realtà niente alla HOMELAND o 24, serie di culto del genere spionaggio: la vicenda, più nella seconda e ultima stagione che nella prima, si rivela piuttosto una pastorale familiare dai tratti malinconici e surreali. Il legame fra il protagonista, interpretato da un eccellente Michael Dorman, e suo padre Tom (l’indimenticabile Terry O’Quinn di LOST), un pezzo grosso dei Servizi segreti, è sincero e profondo quanto morboso, incentrato sulla dipendenza del figlio. Perché è pronto a tutto pur di eseguire gli ordini del padre?, viene da chiedersi, Perché non li mette mai in discussione, a costo della propria vita? In effetti chi dovrebbe essere un vero patriot, John, in realtà sembra solo desideroso di compiacere il genitore. Fino a quando arriverà sua madre e la prospettiva muta. Nei suoi panni troviamo una Debra Winger perfettamente a suo agio nel ruolo di mamma affettuosa col figlio ma fino a un certo punto, come se in qualche modo volesse mantenere le distanze.
Ciò che non abbiamo fin qui detto è che PATRIOT non è una serie ancorata alla realtà, ma una sorta di dramedy, spesso surreale e dalle note amaramente comiche.
La trama è complessa come la più consumata delle serie di spionaggio, ma allo stesso tempo i fatti e gli eventi che vedono protagonista John sono improbabili quanto divertenti. Immedesimarsi in lui non è semplice, per noi comuni mortali con vite ordinarie, ma riesce naturale domandarsi che cosa faremmo noi al posto suo, come affronteremmo certe situazioni.
A tratti la visione di episodi lunghi un’ora potrebbe stancare, ma il colpo di scena arriva sempre prima che te lo aspetti, è sempre dietro l’angolo e i cliffhanger non mancano. Nel complesso una serie di nicchia, ma alla quale bisognerebbe dare una chance. Se non altro per le interpretazioni di un cast stellare (spiccano il famoso Kurtwood Smith nel ruolo di Leslie e la bravissima Aliette Opheim nella parte della detective Agathe Albans), nonché per le ambientazioni, che spaziano da Milwaukee a Parigi al Lussemburgo, con una fotografia da applausi. Dulcis in fundo, le suggestive e commoventi ballad cantate da John con la chitarra (a proposito, ricordatevi di leggere i testi sottotitolati), che narrano proprio le vicende raccontate e ci trasmettono quel mal di vivere che, prima o poi, tutti noi proviamo.

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