Home SERIE TV "Biohackers", la recensione - Quando la ricerca biomedica uccide

“Biohackers”, la recensione – Quando la ricerca biomedica uccide

di Stefano Di Maria
Scorre veloce, senza richiedere tanto impegno, BIOHACKERS, nuova serie tedesca prodotta dal colosso Netflix e pubblicata da pochi giorni sulla piattaforma streaming. Composta da sei episodi di mezz’ora (al netto dei titoli di coda che, curiosità, durano ben dieci minuti), è una di quelle serie senza troppe pretese, che si lasciano guardare come un lungo film diviso in capitoli.
Originale la scelta degli autori di trasporre la tradizionale figura dell’hacker informatico (quella tipica di MR. ROBOT per intederci) in campo biomedico: qui, invece di conti correnti e dati sensibili, in gioco c’è la vita umana. Un tema che in un altro contesto produttivo avrebbe potuto essere sviluppato diversamente, con un maggiore approfondimento della materia, ma non era questa l’intenzione di Netflix. Protagonista è Mia, una ragazza che ha un piano segreto per avvicinare e vendicarsi di una biologa di Friburgo che studia il Dna per curare le malattie genetiche: che cosa le ha fatto e cosa c’entra col passato della sua famiglia? BIOHACKERS fa discretamente il suo lavoro di serie avvincente (certo non nei primi due episodi), alzando il livello di tensione a sprazzi e senza preoccuparsi granché dell’introspezione psicologica dei personaggi.
 
 
Va però detto che sono tutti singolari ed eccentrici i compagni d’appartamento di Mia, studenti legati al mondo della bioetica come lei. Conoscendoli, se ne vedono delle belle: piante trattate che diventano luminose al buio, microchip inseriti sottopelle, pillole che consentono di non respirare sott’acqua e soluzioni chimiche che deformano la vista… Insomma, c’è di che divertirsi.
Se alla fine dei sei episodi si vuol trovare la morale, è senza dubbio questa: fino a che punto può spingersi la sperimentazione medica, anzi biomedica, per evolvere l’umanità? Il fine giustifica i mezzi?


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