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“Baby”, la recensione – La serie ispirata alle baby-squillo dei Parioli

 
di Stefano Di Maria
La risposta italiana alla spagnola ELITE, di cui oggi è stata pubblicata su Netflix la terza e ultima stagione, è BABY. Stavolta il colosso di streaming ha voluto scommettere su una produzione di giovani per i giovani ma non solo: è il collettivo Grams, cui è stata affidata la scrittura. E si vede: situazioni, storie e dialoghi sono tipici dei ragazzi di oggi, tutti smartphone e immagine, talmente infelici nella loro ricerca della felicità che ci trasmettono una profonda tristezza.
BABY vuole infatti mostrare che cosa sta dietro la patina di normalità, le ansie o le manie di grandezza dei sedicenni dell’ultima generazione: le insicurezze, le paure, i desideri e la rabbia che covano dentro fino a esplodere.
Ispirandosi alle baby squillo dei Parioli di Roma, la vicenda ruota attorno agli studenti di una scuola superiore privata. “La scuola non può sostituirsi a voi genitori”, dice il preside a un padre che fa l’ambasciatore, convinto di fare tutto per il figlio solo perché gli paga la retta di 6mila euro l’anno. Parole che riassumono il senso della storia. Perché BABY è anche un’occasione di riflessione per gli adulti, un monito a chi è genitore e troppo spesso dimentica di farlo, senza accorgersi – preso da mille problemi – del grido di aiuto che si nasconde dietro il sorriso tirato, dietro gli occhi spenti di quel ragazzo o quella ragazza che ha cresciuto. “Siamo immersi in questo acquario bellissimo – dice la protagonista della storia all’inizio e alla fine della prima stagione – ma sogniamo il mare. Ecco perché per sopravvivere abbiamo bisogno di una vita segreta”. Il segreto di Chiara (Benedetta Porcaroli) e Ludovica (Alice Pagani) è il darsi a uomini sconosciuti, incontrati nei locali del quartiere Parioli, molto più grandi di loro. Non tanto per soldi quanto per sentirsi grandi e desiderate, con l’incoscienza tipica dell’adolescenza. Attorno a loro ruotano genitori divorziati o sull’orlo della separazione (perfette Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi), così presi da se stessi da credere che avere i soldi garantirà la felicità ai loro figli.
 
L’esperimento di Grams, a nostro giudizio, è riuscito bene, la scommessa di Netflix su questo collettivo di ragazzi è vinta. Certo c’è qualche sbavatura (scene troppo brevi, dialoghi troppo corti e un senso di incompiuto a fine stagioni), ma BABY è diretto bene e le colonne sonore spaccano il cuore (dai The Giornalisti ai Maneskin).
Una serie che certo si può accostare a teen drama come ELITE e 13, ma racconta molto di più. Lasciandoci l’amaro in bocca dopo averci fatto gettare lo sguardo su una generazione che sembra senza speranza. Ma qualche spiraglio di salvezza, alla fine, c’è. Meno male.

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