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“Suburra”, la recensione – I tentacoli della malavita su politica e Chiesa

 
 
di Stefano Di Maria
 
SUBURRA è stata, tre anni fa, la prima produzione seriale italiana di Netflix, che investendo in questo progetto ha dimostrato di averci visto giusto: è stato subito un clamoroso successo, ottenendo vasti consensi fin da quando i primi due episodi della prima stagione erano stati presentati in anteprima nel corso della 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
 
SUBURRA – La serie è il prequel dell’omonimo film del 2015, ispirato dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini. Per quanto spettacolarizzata, è una storia di estrema attualità, che narra intrighi e vicende vicini allo scandalo di Roma Capitale: un comitato d’affari che detta legge arrivando ad abbracciare coi suoi tentacoli politica e Chiesa. I temi delle cronache dei giorni nostri ci sono tutti: fra prima e seconda stagione, assistiamo alla compravendita di voti grazie agli accordi dei politici con le famiglie malavitose e alle guerre del potere fra i clan di Ostia; non mancano le famiglie sinti, che vivono in ville sfarzose in rioni popolari, come le avevamo viste solo in GOMORRA. C’è chi è interessato allo spaccio di droga nelle piazze di Ostia e chi agli appalti del porto turistico, dove si scatenerà l’inferno quando verranno accolti 500 migranti anziché le colate di cemento nei programmi dei clan. Nella terza e ultima stagione, pubblicata ieri dal colosso dello streaming, si affronta invece il tema del Giubileo e dei miliardi che girano attorno a questo evento religioso che rappresenta un grosso business per gli imprenditori.
 
Protagonisti indiscussi: Alessandro Borghi, perfetto nel ruolo di Aureliano, costantemente alla ricerca del potere e di se stesso; Giacomo Ferrara è Alberto Anacleti (detto Spadino), una zingaro costretto a nascondere la sua omosessualità alla famiglia che lo costringe a sposare una donna; Eduardo Valdarnini, nei panni di Lele Marchilli, criminale nel sangue anche se con un padre poliziotto. La loro sarà un’alleanza sanguinosa, fatta di segreti e violenza, che più volte li porterà anche a scontrarsi.
 
Per Claudia Gerini è un ruolo davvero inedito quello di Sara Monaschi, che esce completamente dai personaggi interpretati finora: fredda e impassibile, è pronta a tutto pur di fare affari prima con la Chiesa e la politica. Nello specifico con Amedeo Cinaglia, determinante al ballottaggio per il sindaco di Roma: a interpretarlo è un Filippo Nigro ai suoi massimi livelli, convincente nei panni di un uomo che lascia la politica leale e trasparente per fare affari coi peggiori malavitosi, al punto da rischiare più volte la vita (come quando lo appendono a testa in giù minacciando di gettarlo dal tetto di un palazzo) e di arrivare a impugnare una pistola.
 
SUBURRA – La serie è uno di quei prodotti seriali avvincenti, che ti lasciano con l’amaro in bocca quando finiscono, in trepidante attesa della nuova stagione. Non sarà facile, quindi, congedarsi da Aureliano e Spadino vista l’ultima stagione. Non solo per la trama e i suoi colpi di scena – sostenuti da una scrittura notevole – ma anche per la scelta del cast, davvero azzeccata, e per la regia, capace di ottenere dagli attori grandi performance. Dulcis in fundo, la fotografia, che ci mostra in tutta la sua bellezza il centro di Roma e le periferie, rispolverando fabbriche dismesse e il fascino dell’architettura di costruzioni abbandonate, meta dei summit mafiosi.

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