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“La regina degli scacchi”, la recensione – L’ossessione per gli scacchi fra genio e follia

 

di Stefano Di Maria

Chi avrebbe mai detto che si sarebbe potuta raccontare la storia di una giocatrice di scacchi senza annoiare né far sbadigliare, anzi appassionando ed emozionando? Netflix ci è riuscita in pieno, regalando ai suoi abbonati LA REGINA DEGLI SCACCHI, miniserie in sette episodi che in poche settimane ha conquistato il mondo. Sì, perché l’iperproduzione del colosso dello streaming, che spesso lascia a desiderare in qualità, riserva chicche imperdibili.

Come la trasposizione seriale del famoso libro del 1983 di Walter Tevis  “Queen’s Gambit”, che si riferisce alla mossa degli scacchi “gambetto di donna”. Ebbene, gli episodi scorrono via veloci quanto le pagine del libro, spazzando subito la diffidenza e il dubbio di approcciarsi a un racconto – trattando di scacchi – potenzialmente poco coinvolgente e di nicchia.

Il merito è della scrittura impeccabile, ma anche del cast. A cominciare dalla scelta della protagonista, Anya Taylor-Joy (già vista in PEAKY BLINDERS), capace di reggere sulle sue spalle tutta la storia. Indimenticabile la sua interpretazione di Beth, nella cui mente convivono genio e follia, dipendente da pillole e alcol, ossessionata dalla scacchiera fin dai nove anni, quando imparò a giocarci grazie al bidello dell’orfanotrofio. La vedremo crescere, divenire indipendente con l’aiuto della madre adottiva (che le farà da agente), vivendo solo in funzione dei tornei di scacchi e della rincorsa al titolo mondiale dal Kentucky alla Russia. Cosa non semplice fra gli anni Sessanta e Settanta, quando è ambientata la vicenda, perché coi suoi comportamenti e le continue sfide ai giocatori di scacchi Beth precorreva i tempi.

Qui si potrebbe aprire un altro capitolo sul tema del femminismo, affrontato in modo naturale, senza sbatterlo in faccia allo spettatore ma usando la stessa grazia della protagonista quando si siede davanti al suo avversario per sconfiggerlo in poche mosse. Questo il suo obiettivo costante, la sua ossessione fin da piccola, tanto da non riuscire mai a costruirsi una relazione con gli uomini (guarda caso tutti scacchisti), attratti dal suo magnetismo e dal suo genio.

La miniserie spicca anche per la fotografia, per la cura quasi maniacale dello stile dell’epoca, dagli arredi ai costumi, dalle case agli hotel. Meritano un plauso anche le colonne sonore di Carlo Rafael Riviera, che accompagnano le vicende sottolineando in particolare le vittorie e le sconfitte di Beth al gioco.

Ricorderemo LA REGINA DEGLI SCACCHI con un’immagine in particolare: lei che, prima da bambina orfana, poi da ragazza adottata e infine da donna, guarda il soffitto immaginando la scacchiera e le pedine, studiando le mosse e le tattiche. Ma anche per le avvincenti partite, con la tensione che va in crescendo come in un thriller psicologico. Applausi.


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