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Covid, la testimonianza di un medico di Caronno: “Costretti a scegliere chi curare e chi no”

“Ho 45 anni e mai in vita mia mi sarei aspettata di vivere quello che ho vissuto e che ancora sto vivendo”. Inizia così la testimonianza di Nives Campeol, giovane medico di caronno Pertusella in prima linea sin da marzo dello scorso anno. Nives lavora dal 2003 all’Ospedale di Busto Arsizio, dove si è trovata a fronteggiare in prima persona l’emergenza Covid perché è medico specializzato in anestesia e rianimazione, la categoria che in questi mesi ha visto la propria professione travolta dagli eventi; in pochi giorni quello che già era un lavoro impostato su urgenze e corse lungo le corsie, improvvisamente è diventato un incubo.

La prima ondata di marzo ci ha letteralmente travolti: ci siamo trovati di fronte a un virus che non sapevamo come trattare – ricorda Nives – Siamo partiti analizzando il quadro clinico di chi arrivava al pronto soccorso, gestendo e curando i pazienti come eravamo abituati a fare coi casi di polmonite… Ma non era sufficiente e intanto i posti letto finivano, non riuscivamo più a gestire il flusso in ospedale, non avevamo tute in grado di proteggerci a sufficienza e così, nel pieno dell’emergenza, anche io ho contratto il virus e mi sono dovuta fermare”.

 

Medico di Caronno, la scoperta della positività al Covid

Nives rammenta perfettamente il giorno in cui ha scoperto di di essere positiva: “Era il 12 marzo, e mi sono dovuta isolare per un mese. Mi sono ammalata cercando di salvare altre vite. Noi specializzati in rianimazione abbiamo dovuto gestire anche il triage e troppe volte ho dovuto compiere una delle scelte più difficili per un medico: scegliere chi curare subito e chi no. Ero costretta a prendere una decisione, so che non è colpa mia, ma noi sanitari tendiamo ad accollarci la responsabilità per ogni cosa. Anche se non dipendeva da me dover decidere chi curare subito e chi no, tutt’ora non riesco a non pensarci”. Nives è un medico dotato di una forte sensibilità: mentre racconta questi episodi nella sua voce traspare tutto il peso che ancora si porta dentro: “Quello che mi consola – afferma – è che, anche se ho dovuto scegliere chi curare, oltre il 25% di chi non è stato intubato subito, grazie alla ventilazione non invasiva è riuscito comunque a sopravvivere”.

Turni massacranti, scelte difficili da compiere, ma fra colleghi, coperti da tute, mascherine e visiere, con gli sguardi non si è mai smesso di sostenersi: “Appena abbiamo capito che i primi a rischio erano gli anziani, abbiamo spostato dalla prima linea i colleghi over 65 e in nostro aiuto sono arrivati i cardiologi e le infermiere di altri reparti – spiega la dottoressa – In alcuni momenti ci guardavamo disperati, spaventati e terrorizzati, ma poi ci davamo forza, dovevamo curare più persone possibili. Non era concesso fermarsi”.

 

Medico di Caronno e Covid: i rapporti in casa con la famiglia 

Ogni sera Nives e i suoi colleghi dovevano però rientrare a casa, un rientro stanco, preoccupato, impaurito. “Il primo pensiero era quello di non portare il virus in famiglia – spiega – Il secondo era di non trasmettere alle mie due figlie di 7 e 10 anni la paura. E per questo ringrazio di cuore mio marito, perché al rientro cercava di non chiedermi dettagli di com’era andata la giornata e io non raccontavo niente”.

La seconda ondata di contagi, iniziata dal mese di ottobre, non sta andando molto meglio, ora i medici sono sì preparati a curare il paziente, ma il numero di ingressi giornalieri è sempre molto alto: “Vorrei che la gente capisse che siamo ancora in emergenza, vorrei capissero che noi sanitari da soli non possiamo sconfiggere la diffusione del virus, c’è bisogno dello sforzo di tutti – continua – Noi e voi insieme possiamo farcela. Personalmente sono davvero stanca di vedere immagini di centri storici affollati, centri commerciali presi d’assalto come se nulla fosse. Aiutateci a fermare il virus: noi siamo molto stanchi. Fra la prima e la seconda ondata alcuni di noi non hanno avuto la possibilità di fermarsi e riposare: ho colleghi che lavorano 14 ore al giorno da quasi un anno. Solo con l’impegno di tutti, a breve, potremo dire che l’incubo è finito”.

Un giorno ci troveremo a ricordare questo 2020 come un anno di privazioni, ma soprattutto di grandi sofferenze, nel quale i sanitari sono stati obbligati a scelte difficili per preservare il nostro sistema sanitario, cercando di salvare il maggior numero di donne e uomini.

Manuela Miceli


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