HomeBOLLATESEBollate: positiva al covid durante il travaglio, un parto da incubo

Bollate: positiva al covid durante il travaglio, un parto da incubo

Bollate positiva travaglio
L’ingresso dell’ospedale Sacco

I medici scoprono che una donna è positiva al covid mentre ha il travaglio.

Partorire quando si è positivi al Covid è un’esperienza terribile, che fa diventare il “lieto evento” quasi un incubo. Non per colpa del virus, ma delle prescrizioni (forse eccessive) anti Covid.

Il racconto ci viene fatto da Stefania, una neomamma bollatese che è stata costretta ad andare a partorire al Sacco, deviata lì a travaglio già in corso dal Buzzi, perché risultata positiva al tampone.

E per lei il parto e il post-parto si sono trasformati in un incubo. Stefania qualche giorno prima di partorire aveva fatto il tampone che era risultato negativo, per cui, al momento del travaglio, nella notte tra giovedì e venerdì scorsi, è andata a partorire al Buzzi, ospedale Covid-free.

Arrivata in ospedale, ha detto al marito di attenderla qualche minuto mentre le facevano un nuovo tampone. Invece quel “qualche minuto” è improvvisamente diventato cinque lunghi giorni senza più vedere né il marito né nessun altro.

Infatti il tampone al Buzzi è risultato positivo. Subito è scattato un rigidissimo protocollo: Stefania è stata isolata e, a travaglio già in corso, è stata caricata su un’ambulanza e inviata a partorire al Sacco.

Il marito non ha più potuto vederla né prima del parto, né durante il parto né dopo. Non ha neppure potuto venire a prenderla in ospedale quando l’hanno dimessa, ha dovuto essere portata a casa in ambulanza.

Ma anche il ricovero al Sacco per Stefania non è stato affatto bello. Non per colpa di medici e infermieri, ma per i protocolli rigidissimi.

Dopo che ha partorito all’alba di venerdì, l’hanno messa in una stanza isolata, da sola lei col bambino, chiusa lì, senza nessun parente né un fiore e neppure il cambio che di solito ti portano da casa.

Nulla. Le infermiere le passavano il cibo da una finestra, rarissimamente qualcuno entrava, perché ogni volta chi entrava nella sua stanza doveva vestirsi con tute le protezioni. Poi, martedì, al momento delle dimissioni, la notizia che il figlio di Sefania e di suo marito non era stato registrato all’anagrafe, perché per i malati di Covid devono provvedere loro direttamente appena possibile. Per cui niente codice sanitario e niente pediatra, almeno per ora.

Stefania li farà appena tornerà negativa. Ma la sua amarezza è grande: “Mi pare assurdo che il papà non abbia potuto starmi vicino al parto – ci dice – sebbene viviamo insieme – Mi pare assurdo che abbia potuto vedere suo figlio per giorni solo in videochiamata e soprattutto mi pare assurdo che, dopo un anno di pandemia, si debba essere ancora in questa situazione”.


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