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Il caffè espresso italiano candidato a patrimonio dell’Unesco. Centinaio: “Riscoprire il suo ruolo sociale”

Il rito del caffè – Totò e Peppino in una scena del film “La banda degli onesti”

Il caffè espresso italiano si candida ufficialmente a diventare patrimonio immateriale dell’umanità. Lo ha annunciato il ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli dopo che ieri si è conclusa l’istruttoria con l’invio a Parigi, sede dell’Unesco, delle candidature del ‘Rito del caffè espresso italiano tradizionale’ e quella della ‘Cultura del caffè napoletano’.

In Italia il caffè è sinonimo di socialità ma anche fonte di guadagno: secondo i recenti dati dell’Istituto Espresso Italiano (Iei) la filiera vale da sola circa 5 miliardi di euro, dà lavoro a quasi 10 mila addetti mentre si calcola sono oltre 3 miliardi le tazzine consumate ogni giorno. E ancora nel settore operano oltre 800 torrefazioni con circa 7.000 addetti con l’Italia diventato terzo Paese al mondo, dopo la Germania e il Belgio, per volumi di caffè esportato.

La pandemia però ha messo a dura prova il settore con difficoltà crescenti per chiunque voglia bere una tazzina di espresso al bar in favore dell’asporto tramite bicchierini usa e getta. La pratica del consumo “take away” assai popolare all’estero rischia di snaturare un rito nazionale. Il sottosegretario al ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali Gianmarco Centinaio, commenta: «L’auspicio è che la candidatura all’Unesco del rito del caffè espresso italiano tradizionale possa essere un ulteriore motivo e spunto per porre all’attenzione di tutto il governo un settore che ha subito non solo pesanti ripercussioni economiche, ma che è stato anche privato del ruolo sociale fondamentale per il paese. Non a caso la candidatura che abbiamo proposto riguarda proprio il ‘rito’ del caffè. Bere un espresso per noi è soprattutto un modo per incontrarci e per socializzare».

E aggiunge: «Aldilà del difficile momento storico che stiamo attraversando e che ci ha costretto a modificare alcune nostre abitudini, sono sicuro che gli italiani non vedono l’ora di poter tornare a frequentare i bar e i ristoranti senza tutte le restrizioni che ci ha imposto la pandemia». Se le misure anti-Covid hanno impedito temporaneamente il gusto del caffè espresso bevuto al bar c’è chi non è proprio riuscito a rinunciarci e la troppa voglia ha rivelato un gusto amaro come è capitato ai due titolari di un bar di Seveso, in Brianza: 46mila euro di multa e 5 giorni di chiusura dell’attività per aver servito abusivamente il caffè all’interno del locale. Al termine della scadenza per l’invio delle candidature, il 31 marzo, l’Unesco sarà chiamata a pronunciarsi ufficialmente ma intanto il rito del caffè è già entrato nell’Inventario dei Prodotti agroalimentari italiani.

Claudio Agrelli


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