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Caso Corona, Garante dei detenuti Lio: “L’idea di un carcere meramente punitivo non ci appartiene”

Fabrizio Corona all’arrivo a Palazzo di Giustizia per un’udenza del processo a carico suo e di Francesca Persi per il caso dei 2,6 milioni di euro in contanti ritrovati in parte in Austria, e in parte nel controsoffitto della sua collaboratrice Francesca Persi, 16 maggio 2017. Ansa/Daniel Dal Zennaro

Negli ultimi giorni ha fatto molto scalpore, tornando a far parlare di sé, il caso Fabrizio Corona, il 46enne ex re dei paparazzi che ieri notte, 22 marzo, è stato portato nella casa circondariale di Monza dopo aver passato gli ultimi giorni al reparto di psichiatria di Niguarda. Il Tribunale di sorveglianza ha infatti deciso di sospendere il differimento pena che gli era stato concesso a dicembre 2019 per consentirgli di potersi curare dalla sua dipendenza da cocaina all’interno di apposite comunità terapeutiche (come quella di Limbiate in cui Corona si curò nel 2018). A seguito della sentenza, arrivata giovedì 11 marzo, Corona è però apparso in alcune stories di Instagram con il volto coperto di sangue, probabilmente ferite che si è autoinflitto. Per questo motivo è stato ricoverato al Niguarda.

In ospedale però la situazione non è affatto migliorata: Corona ha iniziato uno sciopero della fame e, la notte del 15 marzo, si sarebbe ferito nuovamente, infilzandosi una penna biro nel braccio. “Sono pronto a dare la mia vita in questo paese ingiusto“, scriveva Corona poco prima di essere trasferito in psichiatria. Ieri notte però è stato portato nel carcere di Monza, che è dotato di una apposita sezione dedicata all’osservazione psichiatrica dei detenuti. L’avvocato di Corona, Ivano Chiesa, si è chiaramente opposto a questo trasferimento: “Sta molto male, sono 12 giorni che non mangia, è imbottito di psicofarmaci e si regge a malapena in piedi, mi chiedo dove sia finita l’umanità in questo Paese“.

Su tutta questa faccenda si è espresso anche da Carlo Lio, Garante dei detenuti di Regione Lombardia. “Il caso di Fabrizio Corona e il clamore mediatico che ne è conseguito consente al mio ufficio, l’Autorità Garante, di riproporre all’attenzione generale un tema gravoso e urgente come quello della patologia psichiatrica e della possibilità di cura nei contesti carcerari. Ricordo che la salute e la dignità delle persone ristrette in carcere è affidata all’Istituzione e farsene carico nel migliore dei modi è un dovere e, al contempo, un indice che qualifica la nostra società.”

L’esperienza che ho maturato – continua Lio – mi porta ad affermare che, all’interno degli istituti di pena, le persone a cui è stato diagnosticato un disturbo psichiatrico difficilmente riescono ad ottenere trattamenti adeguati. I Garanti sono costantemente impegnati nel tentativo di risolvere le criticità che si riscontrano nelle strutture carcerarie e alcuni macroproblemi impongono di riflettere non sulla gestione del quotidiano ma sul sistema nel suo complesso. La finalità della pena è sempre la riabilitazione degli individui ed è orientata, per principio, al reinserimento dei condannati in un possibile contesto socio-lavorativo. L’idea di un carcere meramente punitivo per fortuna non appartiene alla nostra civiltà giuridica. Le persone che presentano patologie psichiatriche sono tra le categorie più fragili, esposte alle carenze strutturali del sistema e per costoro andrebbe formulato un progetto concreto, predisposto da una équipe di professionisti, comprensivo di professionalità cliniche. Questo percorso non può prescindere dalla presa in carico sanitaria del soggetto e dall’individuazione del luogo più idoneo al percorso riabilitativo formulato, che spesso non è compatibile con le strutture detentive carcerarie. Si auspica pertanto che le valutazioni tecniche psichiatriche e psicologiche dei clinici concorrano a determinare le misure più idonee individuate dai magistrati per i soggetti che presentino una diagnosi di patologia psichiatrica acclarata“.


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