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Partorire col Covid all’ospedale Sacco: un anno di lotta, di impegno e di ricerca

partorire Covid Sacco
Valeria Savasi

Partorire col Covid all’ospedale Sacco: un anno di lotta, di impegno e di ricerca.

Essere in prima linea, dal primo giorno, per combattere il Covid, sin da quando questo nemico arrivò in Lombardia da perfetto sconosciuto.

E’ il caso dell’ospedale Sacco. Spesso si è parlato del reparto di malattie infettive e del professor Galli, ma al Sacco è attivo anche il reparto di maternità che gestisce i parti delle donne gravide affette da Covid, ed è un impegno davvero difficile poiché deve coniugare la lotta alla malattia con la necessità di umanizzare quello che deve restare un lieto evento.

Alcune settimane fa abbiamo scritto il caso della donna bollatese che ha scoperto durante il travaglio di essere affetta da Covid ed è stata trasferita d’urgenza dal Buzzi al Sacco, vivendo il parto in modo quasi traumatico, anche perché non era psicologicamente pronta a tale situazione.

Ora però vogliamo capire come al reparto di neonatologia del Sacco si affrontano queste difficili situazioni e come si è sviluppato in un anno il lavoro.

Per questo abbiamo intervistato il primario professoressa Valeria Savasi e la caposala Anna Lucia Vita.

E’ la professoressa Savasi a spiegarci che la sua equipe si è trovata catapultata in prima linea in questa guerra sin dall’inizio.

“Noi abbiamo di fatto assistito la moglie del paziente 1: è arrivata al Sacco incinta di 32 settimane. Ricordo che sono stata la prima ad andare a vedere la paziente senza sapere nulla di questo virus, perchè dopo la Cina la prima nazione in cui si è diffuso è stata l’Italia. Siamo partiti da zero e in un anno abbiamo assistito quasi 600 gravide, tutte donne con sintomi da lievi a gravissimi: non abbiamo avuto nessuna donna morta, e non è una cosa così scontata, e tutti i bambini stanno bene”.

Ma in questo anno non si è fatta solo cura e assistenza: “Abbiamo fatto anche molta ricerca, dimostrando per primi la trasmissione verticale del virus con il passaggio dalla mamma al feto attraverso la placenta. Siamo stati i primi a pubblicare dati scientifici su due prestigiose riviste americane. E oggi siamo riconosciuti come Centro nazionale di eccellenza”.

Come avete organizzato l’assistenza alle donne durante e dopo il parto?

“Durante la prima ondata c’era molta rigidità, perché ancora si sapeva poco di questo virus, ma man mano che abbiamo accumulato esperienza e conoscenza, abbiamo potuto modificare il modello organizzativo. Adesso i papà entrano in sala parto e assistono al parto. Se la mamma non è sintomatica grave, allatta il bambino. Abbiamo fatto uno sforzo incredibile per umanizzare il momento del parto delle mamme affette da Covid, momento che certo non può essere come gli altri, ma rispetto a un anno fa ora le donne non sono più sole. Certo i parenti in reparto non possono entrare, come in tutti i reparti Covid, ma abbiamo anche acquistato dei tablet per far comunicare le donne con le loro famiglie. Abbiamo fatto un lavoro incredibile, abbiamo fatto sforzi enormi per riuscire a rendere più umana questa situazione. E in questo contesto difficile siamo riusciti a fare anche tanta ricerca”.

La gente però quando sente parlare del Sacco ha sempre un po’ di timore, proprio perché è il centro primario per il Covid...

“Non devono avere questa paura: proprio perché il Sacco è in prima fila, da noi i percorsi sono ben studiati in quanto si è più “abituati” a queste situazioni. Basta dire che tra gli operatori non si è infettato nessuno in ospedale”.

Alla caposala Anna Lucia Vita chiediamo di spiegarci meglio quale sia il rapporto tra mamma e bambino dopo il parto.

“Noi – ci spiega – favoriamo l’allattamento. I neonati non vengono mai allontanati dalla mamma, vengono accompagnati nel reparto Covid dove c’è un’assistenza delle ostetriche che la mattina entrano per la visita e le cure. La differenza è che gli accessi sono molto più contingentati. Come in tutti i reparti Covid, l’accesso dei parenti è precluso. Certo le pazienti sentono questa mancanza e ci dispiace, ma non si può fare altro. Al parto però i mariti possono assistere. Noi stiamo cercando di mantenere quel minimo di rapporto e unità tra i genitori, per cercare di far vivere in serenità questo lieto evento. E’ comunque un lieto evento”.

Infine chiediamo alla professoressa e alla caposala come vedono la situazione attuale sul fronte Covid.

La risposta è all’unisono: “E’ stabile, ma non ancora in calo. Il reparto Covid della Maternità è pieno”.

Piero Uboldi


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