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The white lotus, la recensione: alle Hawaii sull’orlo di una crisi di nervi

di Stefano Di Maria

Una delle migliori produzioni seriali di quest’anno è senza dubbio THE WHITE LOTUS, prodotta da Hbo (lo stesso di DEXTER, per intenderci) e trasmesso in Italia da Sky Atlantic. Uno show imperdibile, ci permettiamo di dire, perché rappresenta in modo tragicomico un’umanità sull’orlo di una crisi di nervi, che rischia di precipitare in un burrone per un vuoto esistenziale mascherato a se stessa più che agli altri. Un’umanità in cui è facile riconoscersi, anche se esasperata al limite del surreale, dove paradossalmente sono i ragazzi – pur con le proprie debolezze e vacuità – a sbattere in faccia agli adulti i peccati e tutta l’inconsistenza delle loro vite.

La serie statunitense, sceneggiata e diretta da Mike White, prende il nome dal resort delle Hawaii che fa da sfondo alla vicenda. In sei giorni, cui è dedicato ogni episodio, s’incrociano i destini dello staff e di alcuni ospiti (interpretati da un cast azzeccatissimo), alle prese con disavventure e incontri che li faranno implodere, sollevando la patina di finta serenità e felicità che esprimono i loro volti.

C’è la donna in carriera in vacanza col marito e i due figli: Quinn, bullizzato dalla sorella e dall’amica, e Olivia, che legge Nietzsche ma è capace delle peggiori cattiverie nei confronti di chi le sta a fianco. C’è la donna di mezz’età senza una relazione stabile, ricca sfondata, che deve spargere nell’oceano le ceneri della madre defunta. C’è la coppietta in luna di miele: lui è capriccioso e fissato con la camera sbagliata e lei prende consapevolezza di non poter vivere all’ombra del marito miliardario. Le loro storie s’intrecciano con quelle di due personaggi dello staff: Armond, che gestisce l’hotel, e Belinda, responsabile nera della Spa.

Il clima paradisiaco che si respira nel primo episodio si spezza presto, lasciando trasparire tutte le potenzialità autodistruttive dei personaggi. Tra sesso, droghe e un omicidio, c’è spazio per riflettere sull’ipocrisia nei confronti dei diversi e sulle ingiustizie sociali. Le vicende sono da black comedy, con spruzzate di dramma e un pizzico di giallo: chi sarà morto nei sei giorni precedenti al trasporto aereo di una bara uscita dal resort?

L’introspezione psicologica è la forza di THE WHITE LOTUS, che rappresenta le insicurezze, i capricci, il disagio esistenziale, le debolezze e le paure di un’umanità allo sbando. Non è solo la denuncia del vuoto del mondo dei ricchi, perennemente insoddisfatti, ma anche delle dinamiche che guidano gli esseri umani. Significativo in tal senso il terzo episodio, intitolato “Scimmie”: “Vogliamo essere tutti dei supereroi, dei padri rispettabili, dei pilastri delle nostre comunità – dice Mark al figlio – ma alla fine siamo scimmie. Viviamo nei nostri piccoli branchi, seguiamo i nostri istinti base, creiamo delle gerarchie e ci montiamo a vicenda”. Una scrittura potente, che enfatizza la maschera sotto cui si nascondono gli istinti che troveranno sfogo negli ultimi episodi, anche in modo poco digeribile per certi spettatori che si potrebbero perdere per strada. Alla fine c’è un messaggio di speranza, che arriverà proprio dalle nuove generazioni. Già scalpitiamo per la seconda – già confermata – stagione.

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