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Squid Game, la recensione della serie di cui tutti parlano

di Stefano Di Maria

SQUID GAME è la serie del momento, al primo posto nella top ten di Netflix in Italia e fra le più viste della piattaforma streaming nel mondo. Ne parlano tutti e non potrebbe essere diversamente: non tanto per la storia in sé, un gruppo di disperati disposti ad affrontare prove mortali per un montepremi milionario, quanto per com’è stata raccontata. Alla tensione e all’adrenalina che scorrono dal primo al nono episodio, si alternano momenti riflessivi, di grande introspezione, che fanno affezionare lo spettatore a tutti i personaggi: vorremmo che nessuno di loro morisse e la sensazione è che, malgrado sia tutto così folle, è realistico, possibile.

Il titolo SQUID GAME si rifà al gioco del calamaro, molto in voga fra i bambini della Corea del Sud, dov’è ambientata la vicenda: scritta da Hwang Don-hyuk, narra di 456 persone disperate, che affogano nei debiti, che per cambiare la propria vita accettano di partecipare a una serie di giochi mortali; chi riuscirà a sopravvivere si aggiudicherà l’equivalente di circa 33 milioni di euro. Dopo i primi due episodi più lenti e riflessivi, dove conosciamo alcuni dei giocatori, si entra nel pieno dell’azione. I concorrenti si ritrovano l’uno contro l’altro, eppure si creano amicizie e alleanze com’è nella natura umana. Ma il rischio di tradire l’amico, i compagni di squadra, è altissimo. Tanto che l’interrogativo posto dalla serie è: che cosa si è disposti a fare, fino a che punto si può arrivare pur di accaparrarsi tanti soldi?

Al di là delle prove di coraggio al cardiopalma, SQUID GAME lascia sgomenti per il livello di crudeltà di chi ha orchestrato un simile gioco. Ma il contraltare è l’umanità, a tratti commovente, dei protagonisti: di ciascuno viene disegnato un ritratto lucido, preciso, mai sfuggente. Sappiamo perché sono finiti in questo gioco perverso, abbiamo un’idea chiara della loro personalità, soffriamo con loro, proviamo quasi la stessa paura di morire.

In SQUID GAME ogni cosa è perfetta (o quasi): dalla fotografia all’ambientazione, i cui colori vivaci fanno a pugni con la tragedia che si consuma fra quelle mura, alla regia attenta ai dettagli, che per creare più empatia coi protagonisti punta tutto sui primi piani. Tra alta tensione, colpi di scena e introspezione psicologica, alla fine dell’ultimo episodio si ha l’impressione di una parabola compiuta, quella di una storia crudele e violenta, che mette in luce gli istinti più animali dell’uomo ma anche la sua umanità. Un’umanità che non sempre ha la meglio, ma è l’unica luce di speranza che dà un senso alla vita.

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