Noemi Felisi, da Garbagnate al Lacor Hospital in Uganda.
Una giovane studentessa in medicina, Noemi Felisi, figlia del notissimo dottor Sergio Felisi, si è messa in gioco in una esperienza di grande respiro e rilievo in Uganda; il Notiziario ne ha raccolto la testimonianza, che fa emergere la dedizione e l’impegno della giovane, esempio di grande responsabilità.
Noemi Felisi, da Garbagnate al Lacor Hospital in Uganda: la Fondazione
Chi è Noemi Felisi?
“Sono una studentessa di Medicina del sesto anno e con un gruppo di ragazzi ho condiviso un’esperienza di tirocinio al Lacor Hospital, a Gulu, Nord Uganda: siamo tutti studenti di Medicina del quinto-sesto anno o medici già laureati. Abbiamo svolto questa esperienza grazie alla Fondazione Corti, un’associazione istituita 30 anni fa a Milano che ha fatto da tramite tra noi e l’ospedale”.
Come ha conosciuto questa fondazione?
“Io l’ho conosciuta per caso, perché un amico è andato a Gulu a lavorare come ingegnere energetico e mi ha parlato della possibilità di fare tirocinio al Lacor Hospital tramite la Fondazione Corti. C’è però una convenzione tra l’Ospedale ugandese e la Bicocca per cui gli studenti di questa università possono svolgere tirocini curriculari al Lacor”.
Parliamo un poco di questa fondazione…
“È un’organizzazione no profit fondata da Lucille Tesdale, una chirurga canadese, e suo marito Piero Corti, pediatra, per sostenere il Lacor in cui i due coniugi hanno lavorato da inizio carriera finita alla loro morte. Attualmente la fondazione fornisce circa il 60% degli introiti dell’ospedale, permettendogli di offrire cure di alto livello a prezzi molto bassi a quante più persone possibili”.
Noemi Felisi di Garbagnate: la sua esperienza in Uganda
Possiamo descrivere l’ospedale in cui ha potuto operare come studentessa?
“È un ospedale enorme, che ospita quasi 600 posti letto e dove si svolgono altrettante visite ambulatoriali ogni giorno. Dovete immaginarvi come un villaggio sempre brulicante di gente. Difatti accoglie non solo i pazienti ma anche familiari e amici che si occupano dei loro cari, i quali dormono, cucinano, lavano i panni nelle mura dell’ospedale”.
Quali erano le mansioni?
“Io ho lavorato prevalentemente nei reparti di Hiv e ginecologia/ ostetricia. Nel primo facevo soprattutto visite ambulatoriali e uscite nei villaggi dove facevamo prevenzione della salute, distribuendo farmaci, facendo esami, consulti psicologici, supporto socio economico e tutto ciò che viene offerto normalmente in ospedale ai pazienti Hiv. Nelle comunità rurali il personale ospedaliero si reca anche per vaccinare i bambini e per la promozione della salute delle donne incinte. In ginecologia, invece, seguivo la routine giornaliera: meeting al mattino in cui si discutevano i casi e si facevano presentazioni su vari argomenti per aggiornarsi e poi giro dei pazienti ricoverati in reparto oppure visite ambulatoriali in ambulatorio generale o in radiologia. Il mercoledì e venerdì invece erano dedicati alla sala operatoria”.
Potrebbe descrivere, facendone magari una differenza, tra i pazienti del Lacor e quelli conosciuti nei nostri ospedali?
“L’ospedale si trova al confine tra Gulu, la cittadina più grande nel nord Uganda, e Amuru, che è invece uno dei distretti più poveri. Tanti pazienti non potevano permettersi le cure più semplici, nonostante i bassissimi prezzi dell’ospedale (tante sono anche gratuite), tanti non parlavano inglese ma solo i dialetti locali, e tanti abitanti all’ospedale non arrivavano nemmeno. Mi colpiva però la dignità di queste persone, il rispetto con cui attendevano per ore il loro turno in un paziente silenzio, la fiducia e la gratitudine generalmente riposta negli operatori sanitari”.
Quali erano le aspettative per questa esperienza?
“Mi aspettavo di crescere tanto, visto che accade sempre quando ci si confronta con una cultura diversa dalla propria, ma non che questa esperienza mi cambiasse a tal punto. Mi aspettavo fosse difficile adattarmi ed entrare in contatto coi locali, invece per la maggior parte dei casi è stato molto semplice. In generale abbiamo incontrato persone molto inclusive ed ospitali. È capitato che dopo qualche giorno di conoscenza ci invitassero a casa loro e ci offrissero da bere e mangiare. Alcuni di noi sono stati invitati addirittura a dei matrimoni, oppure una signora in un villaggio voleva regalarmi un pollo come segno di ospitalità”.
Che cosa ha portato a casa?
“È difficile rispondere. Di sicuro un’esperienza professionale estremamente arricchente: non avevo mai imparato così tanto, sia praticamente che teoricamente, in così poco tempo. Ma soprattutto mi porto a casa una serie di volti e cuori che difficilmente dimenticherò. Mi porto a casa il senso di gratitudine per le piccole cose di tante persone che ho conosciuto, la loro generosità reciproca, il calore dei loro saluti e la facilità e semplicità nello stringere rapporti interpersonali, la cura per gli altri, la voglia di fare festa e di includere tutti. A discapito del pregiudizio occidentale che spesso dipinge questo grande continente come terra di povertà e sciagure, ho scoperto un Paese dalla straordinaria vitalità culturale, a livello di musica, danza, arte, e spesso testimoniato una dignità e nobiltà d’animo invidiabili. Sono tornata con tanto desiderio di tornare all’essenziale, e con un po’ di nostalgia per quei paesaggi sconfinati e pieni di pace”.
Perché alcuni articoli non sono firmati?
Perché sono il risultato di un lavoro collettivo.
Dietro ogni notizia su queste pagine, ci sono giornalisti che da oltre 30 anni raccontano con passione la cronaca locale.
Quando un articolo non porta una firma, è perché è frutto del nostro impegno condiviso: un’informazione costruita insieme,
con la serietà che ci contraddistingue.
Edicola digitale | Canale Telegram




