Limbiate, Luca Attanasio, l’ambasciatore che pensava agli ultimi: intervista al padre Salvatore
Il 22 febbraio 2021 Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo, fu assassinato in un agguato insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustapha Milambo. Un delitto dai molti misteri, al punto che i genitori di Luca, che abitano a Limbiate, dove Luca è cresciuto, sono ancora alla ricerca della verità.
In occasione del quarto anniversario della more di Luca, abbiamo sentito il papà, Salvatore.
Ci parli della vostra famiglia e di Luca…
“Intanto, diciamo che la nostra famiglia non ha una tradizione nel mondo della diplomazia. Io ho studiato al Politecnico di Milano. Sono venuto qui all’età di 18 anni. E poi ho conosciuto mia moglie, che della zona. Ci siamo sposati, è nato Luca il primogenito, poi Marina. Luca sin da ragazzino si è dimostrato un ragazzo sempre molto sensibile nei confronti dei più bisognosi o come lui diceva sempre “dei meno fortunati”. Questa sua attenzione l’ha sempre guidato, sia nei suoi studi, sia nelle sue scelte di vita. La propensione alla diplomazia credo che per lui sia stata una scelta di vita, perché il suo grande sogno era quello di fare qualcosa di grande per il suo Paese.
Gli studi e il desiderio di servire il proprio Paese all’estero?
“Quando ha raggiunto la maturità liceale, ci ha detto di voler frequentare l’Università Bocconi, che per noi era, tra virgolette, un salasso perché un’università prestigiosa ma non alla portata di tutti i portafogli. Però non l’abbiamo mai osteggiato nelle sue decisioni: è riuscito a laurearsi in quattro anni. Non ha mai lasciato indietro un esame: tra il terzo e il quarto anno è andato a studiare negli Stati Uniti. Forse quello era il primo anno in cui la Bocconi apriva l’Erasmus verso altre università e lui scelse di andare a Richmond, in Virginia. Tornò dagli Stati Uniti con un grande bagaglio d’esperienza. Quando si laureò, nel 2001, aveva diverse possibilità di lavoro: iniziò in una società di consulenza, ma si vedeva che non era a suo agio, non era il suo ambito. Un giorno arrivò a casa un depliant di scuola per le politiche internazionali, Ispi. Sua mamma, che cestinava tutto regolarmente, questo depliant, non lo cestinò. Forse un segno del destino. Lui il giorno dopo parti per una breve vacanza. Probabilmente meditò, tant’è vero che dopo due giorni chiamò sua mamma e disse che al ritorno si sarebbe licenziato per seguire il master. Anche in quell’occasione noi cercammo di dargli qualche consiglio. Gli dicevamo di stare attento perché, se non fosse riuscito avrebbe perso un anno, ma lui ribadì la decisione. Così segui il master con successo, devo dire, anche se lo ritenevano una mosca bianca, perché lui era un laureato in economia che avrebbe potuto guadagnare molto di più di quanto guadagna un funzionario pubblico… Dopo il master si iscrisse al concorso diplomatico, uno dei concorsi più difficili della nostra Repubblica. Ricordo che studiava come un matto e il primo anno non riuscì perché non riuscì in un anno a prepararsi nella lingua francese, che tradizionalmente è la lingua della diplomazia, anche se oggi tutti parlano inglese che lui conosceva perfettamente. Però non si perse d’animo e la seconda volta ci riuscì. Superò il concorso. Siamo nel 2003 e ricordo che il 29 dicembre fu chiamato alla Farnesina e da lì iniziò il suo percorso”.
Le tappe della sua carriera?
“Venne subito affidato alla Direzione Africa. Il direttore era il Sottosegretario Mantica, Alfredo Mantica, un brianzolo che lo assegnò all’Ufficio del dottor Battocchi, col quale poi sono diventati grandi amici. Al dottor Battocchi, presentandosi con la sua spontaneità usuale, disse di essere là per servire il suo Paese. Dopo due anni alla Farnesina, ha cercato di andare fuori dagli ambienti del Ministero. Così la sua prima esperienza fu in Svizzera dove, nonostante la giovane età, era responsabile commerciale presso l’Ambasciata italiana. Dopo la Svizzera, nonostante avesse soltanto poco più di trent’anni, siamo nel 2006, lo mandarono come Console generale in Marocco, a Casablanca. Qui già cominciò a rimboccarsi le maniche. Cambiò totalmente il modo di lavorare negli uffici consolari, rimodernando tutto il consolato perché è una delle sue capacità, quella della relazione in cui riusciva a coinvolgere con la spontaneità, semplicità, imprenditori sia marocchini che italiani. Tenga presente che il consolato generale a Casablanca, che oggi si chiama Palazzo Italia Luca Attanasio, non è un semplice ufficio consolare, ovvero ufficio visti, ma una scuola italiana che va dalle elementari e arriva al liceo. Lui l’ha valorizzata, perché una delle sue capacità è sempre stata quella di valorizzare le eccellenze italiane. Dopo il Marocco è tornato a Roma per altri due anni.
Nel frattempo nel gennaio 2015 ha sposato Zakia, che aveva conosciuto a Casablanca. Poi è stato inviato in Nigeria come viceambasciatore nonostante non avesse l’anzianità necessaria. L’ambasciatore di allora in Nigeria lo volle a tutti i costi. Ha lavorato in progetti anche sociali per quei territori. Io sono stato due volte in Nigeria a trovarlo con mia moglie e vedevamo per strada tante donne, con grandi recipienti in testa che contenevano l’acqua che magari andavano a raccogliere al pozzo a 10 km di distanza. Lui di fronte a questa situazione cominciò a lavorare su diversi progetti che mandò anche alla Farnesina per aprire pozzi per portare l’acqua nei villaggi. In genere un diplomatico all’estero ci sta quattro anni, però nel 2017 c’era la necessità di mandare un nuovo ambasciatore a Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo; ci ha raccontato l’allora direttore del personale della Farnesina che quando dovevano scegliere il nuovo ambasciate per il Congo c’erano tantissimi candidati, però guardando il fascicolo di Luca, siccome avevano bisogno di una persona pratica che di fronte a un problema si rimbocca le maniche non potevano non scegliere che Luca. Ancora una volta, nonostante fosse giovanissimo, forse il più giovane ambasciatore della nostra Repubblica, aveva solo quarant’anni, fu nominato ambasciatore nella Repubblica democratica del Congo e confermato nel 2019 come ambasciatore straordinario e ministro plenipotenziario”.
Limbiate, Luca Attanasio: intervista al padre Salvatore. Rigore diplomatico e umanità
Come è nata “Mama Sofia”?
“Luca conosceva molto bene il rigore del protocollo diplomatico e quando era nella sua veste ufficiale lo rispettava nei minimi termini, era perfetto nel modo di vestire, di presentarsi, senza eccezioni; quando invece era libero da impegni istituzionali c’era l’altra parte di Luca, la parte umana, la parte appunto di dedicarsi ai più deboli. Era riuscito a coniugare molto bene il rigore della diplomazia con una buona dose di generosità e umanità nella Repubblica Democratica del Congo. Quando è arrivato si è accorto che c’era qualcosa che non quadrava. Un paese ricchissimo: nella parte Nord, a Kivu c’è, come dire, la cassaforte del pianeta, perché lì ci sono tutti i minerali di cui l’Occidente ha bisogno e quindi la ricchezza del Congo. Però è anche un po’ la sua disgrazia, perché lì ci sono tutte le potenze occidentali che cercano di depredare, portar via queste risorse di ricchezze, lasciando però la popolazione nella miseria e nella povertà. Ci sono nella città di Kinshasa, circa 40.000 bambini di strada. Di fronte a questa situazione, lui insieme alla moglie decise di fondare questa associazione, “Mama Sofia”, che tutt’oggi grazie alla tenacia e alla caparbietà di Zakia. Perché lì i bambini o vengono impiegati nelle miniere, oppure diventano bambini soldati. Il grande intuito di Luca era quello di aver capito che nella Repubblica Democratica del Congo, mancava una vera classe dirigente preparata. Quindi il suo sogno era quello di partire dai bambini, dai ragazzi per dare loro una possibilità; farli studiare perché sarebbero stati un domani artefici del loro destino”.
Tanti momenti di viaggio, fino all’ultimo tragico… Ci racconti…
“Era il 22 Febbraio del 2021, Luca era stato inviato dal Programma Alimentare Mondiale, Agenzia delle Nazioni Unite nel Nord Kivu, nella zona ricca. Dovevano recarsi quella mattina a visitare un progetto del Pam. Quella mattina, a bordo di due fuoristrada con il logo del World Food Program ci sono 7 persone. Nella prima vettura: oltre all’autista ci sono altri due congolesi. Nella seconda vettura c’è l’autista, poi c’è il carabiniere di scorta c’è Luca e poi c’è un altro dirigente del Pam italiano. Le due vetture iniziano il loro percorso, stavano dirigendosi a Rutscuru, questa località dove è presente questo progetto del Pam, ma a circa di 5 km da Goma il capoluogo del Nord Kivu, il convoglio è bloccato da uomini armati di kalashnikov. Terroristi di fatto che uccidono a sangue freddo l’autista della prima vettura, costringendo tutti gli altri a scendere dalla vettura, spingendoli verso un viottolo laterale rispetto alla strada principale. Li non c’è foresta. Dopo qualche minuto, si sentono degli spari. E resta ucciso il carabiniere e ferito l’ambasciatore, nel frattempo arrivano i ranger perché lì vicino c’è il parco del Virunga dove vivono i gorilla di montagna e i guardiaparco, sentendo gli spari, accorrono nella direzione degli spari -questa è la narrazione fatta dai giornali locali- Tra i Ranger e i terroristi nasce un conflitto a fuoco in cui è stato colpito l’ambasciatore e il carabiniere. Da tanti elementi emersi però, questa narrazione è crollata. E’ la narrazione fatta da chi poi è stato indagato dalla nostra Procura. E’ come chiedere, all’oste com’è il suo vino. Poi i giornali hanno scritto che si è trattato di un rapimento andato male.
Però mi chiedo che senso aveva ammazzare l’ostaggio più importante o gli ostaggi più importanti? E se quella era la loro carta di credito, come mai in questo conflitto sono morti soltanto l’ambasciatore e il carabiniere di scorta, che ha cercato probabilmente di proteggere l’ambasciatore? Gli altri, tutti illesi, si sono dileguati, come dissolti. Altro elemento che non quadra è il fatto che da un’analisi balistica che noi abbiamo fatto fare privatamente è emerso che gli spari sono stati esplosi da 4 o 5 metri, quindi a distanza ravvicinata. Quindi se era un conflitto a fuoco, com’è possibile che gli hanno sparato nella stessa direzione dall’alto verso il basso? Come se uno fosse appostato, insomma. Allora noi siamo convinti che si sia trattata di una esecuzione, aspettavano il nostro ambasciatore. Il problema è che a distanza di quattro anni non conosciamo ancora né il movente né i mandanti”.
Come ritiene debba essere ricordata la figura di suo figlio?
“Cominciando dallo Stato italiano, devo dire che lo ha ricordato e onorato, nel senso che il Presidente della Repubblica nella dicembre del 2021 ha consegnato alla moglie e alla figlia la più alta onorificenza della nostra Repubblica, la Croce d’Onore all’Ordine della Stella d’Italia. Il ministero degli Esteri gli ha intitolato la sala dove ogni anno viene fatto l’esame orale per il concorso diplomatico, quindi l’ultimo step prima di accedere alla carriera per coloro che superano il concorso. In quella sala appena si entra si vede la foto di Luca, un messaggio molto forte e poi sempre il Ministero degli Esteri ha scritto il nome di Luca sul Libro d’Oro, un libro che viene custodito in una stanza particolare del Ministero, dove vengono annotati i nomi che hanno reso grande il nostro Paese. Forse però si dovrebbe ricordare anche con un maggiore impegno nella ricerca della verità”.
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