A Baranzate domenica scorsa è stata celebrata una funzione religiosa secondo me di profonda sensibilità: la “messa dell’amore ferito”. Di cosa si tratta? Come si celebrano ogni anno in tutte le parrocchie gli anniversari di matrimonio, Baranzate ha dedicato una celebrazione anche a coloro che purtroppo l’anniversario del loro amore non lo possono più festeggiare, o perché l’altra metà è defunta, o perché si è stati lasciati.
Secondo me è un gesto di rara delicatezza. Nelle nostre comunità si celebra giustamente chi ce l’ha fatta, chi taglia il traguardo dei 25, 50 o 60 anni insieme. Ma chi resta solo, per un lutto o per una separazione, spesso finisce in una zona d’ombra: non è più in coppia, dunque non rientra nella narrazione della festa.
Una messa speciale a Baranzate per l’amore ferito, di cosa si tratta?
Eppure ha amato, e in molti casi continua ad amare, anche se in una forma diversa, più silenziosa, a volte più dolorosa. L’amore ferito non è un amore di serie B. È un amore che ha conosciuto la prova più dura e che, proprio per questo, merita di essere riconosciuto. Chi ha perso il coniuge porta dentro una presenza che non si cancella.
Chi è stato lasciato convive con una ferita che il tempo può lenire ma che lascia sempre un segno. Dedicare a queste persone un momento di attenzione, dire loro “vi vediamo, non siete invisibili”, è qualcosa che va oltre il rito religioso: è un atto di umanità. Perché una comunità si misura anche dalla capacità di stare accanto a chi soffre in silenzio.
Piero Uboldi




