di Sara Calzavacca
Ci sono storie di cui si può cogliere il significato solo se si sceglie di andare oltre la trama puramente “clinica” e per entrare nel merito del lato umano della storia stessa.
Le due testimonianze al maschile di oggi hanno in comune una cosa semplice: la svolta che arriva da una scelta.
Paolo: “Non era niente finché non lo è stato”
Paolo ha ricevuto una diagnosi di tumore al testicolo a cellule germinali. Oggi lo dice con chiarezza, senza cercare eufemismi, ma per anni ha fatto l’opposto: ha evitato, minimizzato, rimandato. “Io ero quello del ‘non è niente!’” racconta. “Andare a farmi controllare significava perdere tempo per nulla”.
La verità, spiega, è che non era solo disattenzione: era anche un modo per non affrontare la paura. “Se non lo vedi, non esiste. È una bugia comoda. Ti dà l’illusione di controllare quello che ti succede.” A cambiarele cose, nel suo caso, è stata l’insistenza della moglie. “Ad un certo punto mi ha guardato e mi ha detto: ‘Io per questa cosa non ci dormo. Fallo per me, fatti controllare’. Alla fine sono andato, per farla stare tranquilla”
Invece quel controllo gli ha, di fatto, salvato la vita. “Quando il medico mi ha detto la diagnosi, mi sono sentito uno stupido che aveva rischiato la vita per niente”. Ricorda soprattutto un dettaglio: non la sala d’attesa, non l’ospedale, ma il tragitto di ritorno in macchina. “Ero con mia moglie, ho fatto guidare lei perché ero troppo angosciato. Ci siamo tenuti la mano fino a casa, senza dire nulla”.
Da allora Paolo parla di prevenzione come “una forma di rispetto verso di sé e verso chi si preoccupa per noi”. Mi colpisce molto la sua frase “ Perché la vita che hai non è solo tua.”
Stefano: padre caregiver e paziente oncologico
Stefano è un padre separato. Suo figlio frequenta la scuola primaria ed è un bambino autistico: Stefano usa parole semplici e rispettose, senza trasformare la diagnosi in un’etichetta totale. “Mio figlio è tante cose,” dice. “È curioso, testardo, attento su dettagli che io non vedo.”
Cinque anni fa Stefano riceve la diagnosi di mieloma. Un colpo che ha ribaltato l’equilibrio già delicato di una famiglia divisa, incastrata tra orari, scuola, terapie educative e logistica. “Io avevo la testa sempre in una lista,” racconta. “Cose da fare, cose da gestire. Quando è arrivato il mieloma, ho sentito di perdere completamente il controllo sulla mia vita”
All’inizio, Stefano ha reagito chiudendosi. “Mi sforzavo di razionalizzare, per me le emozioni erano sintomo di debolezza. Il mio migliore amico ha iniziato a consigliarmi di farmi supportare con la psicoterapia, ma per me era roba per chi non è capace di farcela da soli.” dice queste ultime parole e aggiunge “come se non farcela da soli fosse per forza un fallimento”.
Mese dopo mese la fatica si accumulava: paura della malattia, senso di colpa verso il figlio, ansia di non essere “capace” in nessuno dei ruoli. “Mi sentivo in difetto ovunque. Non ero abbastanza presente per mio figlio, non ero abbastanza capace a lavoro, non mi davo pace.”
E’ stato quando Stefano ha iniziato a mostrare i primi sintomi di depressione che, pensando a suo figlio, ha deciso di rivolgersi a una psicoterapeuta. “Ho subito detto alla terapeuta che ero molto riluttante all’idea di essere lì e lei è stata molto brava perché immediatamente mi ha detto quello che mi serviva per rivalutare tutto. E ho capito che ero nel posto giusto”.
La psicoterapia, spiega, non gli ha tolto la malattia né le complessità familiari. Gli ha dato però una cosa essenziale: gli strumenti per riuscire a riconoscere le emozioni, dargli voce e il giusto spazio, abbandonando l’illusione del controllo.
Paolo e Stefano non raccontano storie di “forza” nel senso più abusato del termine. Raccontano l’importanza della prevenzione e del supporto psicologico.
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