di Sara Calzavacca
Resilienza: [re-si-lièn-za] n.f. 1 (fis.) la proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi 2 capacità di resistere e di reagire di fronte a difficoltà, avversità, eventi negativi.
È una parola entrata sempre più spesso in uso, soprattutto nei contesti di crescita personale, con un picco di utilizzi durante la pandemia
La storia di questa settimana parte proprio da quel periodo: è marzo 2020, i telegiornali iniziano a parlare di quello che non sembra altro che un virus confinato a dieci/dodici ore di volo da qui.
La voce appartiene a una donna incredibile che mi ha chiesto di rimanere anonima. Da ora in poi la chiamerò Elena. Elena vive da sempre in un comune della nostra zona, ha 40 anni e un figlio di 6.
Di anni ne ha solo 35 quando scopre che, nel suo corpo, qualcosa non va.
Dopo un lungo periodo di forte malessere arriva la diagnosi di tumore ginecologico in stadio avanzato: “Panico. Panico totale. (…) Appena ho sentito parlare di chemioterapia non ho capito più niente”.
Da marzo 2020 ad oggi, Elena ha vissuto di tutto.
La sento parlare delle terapie, dell’intervento di isterectomia totale, delle sue cinque recidive, delle decine di complicazioni, delle tante volte in cui ha pensato che la sua vita sarebbe finita lì.
“E non posso sapere come avrei reagito senza mio figlio. La cosa che più mi fa stare male è l’idea che lui cresca senza mamma. Mi devasta. Quello che mi dà la forza è proprio lui. Poi io sono una che va giù di bestia, vado in crisi totale per qualche giorno, poi metabolizzo… E basta, da lì riparto”.
Da lì riparto.
Quello che mi resta addosso della sua storia, è l’eco di una parola molto potente: Resilienza.
Se questa parola avesse un volto, sono certa che sarebbe quello di Elena.
“Se tu mi vedi, non sono cambiata. Sono sempre la stessa, da fuori. Solo che mi porto un carico enorme, Sara”
Inizia a parlarmi di come sia stata stravolta la sua quotidianità e di come sia impossibile farlo capire agli altri, proprio per la sua apparenza “normale”.
Il cambiamento è interiore, è profondo, è in parti del suo corpo che non si vedono, in angoli della sua mente che non mostra a nessuno.
Per Elena il cambiamento è una sottoveste e lo indossa con naturalezza.
“Una mia cara amica mi ha invitata a fare un viaggio con lei in Messico. Come glielo spiego che non posso affrontare un volo così lungo nelle mie condizioni? Come glielo dico che ho paura di allontanarmi così tanto e che ogni piccolo spostamento che faccio, lo faccio controllando prima se ci sono ospedali nelle vicinanze?”
È così naturale per me comprendere quello che mi sta dicendo. Lo so, perché lo vivo.
So anche quanto possa far sentire soli doverlo spiegare più volte, dover ribadire che un corpo che sembra essersi ripreso dalla malattia oncologica, molto spesso è un corpo provato e accartocciato, indebolito e superstite, ma quando è tenuto in piedi da una mente tenace, non si arrende.
Ed è inevitabile confondere tutto questo con il ritorno alla “normalità”. Le dico “Elena, chi è sempre stato sano, non può capire queste dinamiche”.
Non si tratta di egoismo. È un concetto psicologico molto semplice: egocentrismo cognitivo. La tendenza a pensare che la propria esperienza sia la “norma” e faticare a immaginare condizioni differenti dalle proprie.
È un limite percettivo che bisogna imparare a riconoscere: comprendere che un giudizio nasce dall’egocentrismo cognitivo (come quando, da persona che è sempre stata sana, non riesci a cogliere la fragilità di chi ha affrontato il cancro) porta a correggere lo sguardo e ad allenare l’empatia.
È proprio qui che la storia di Elena ci chiede uno sforzo in più perché quello che ha vissuto non si vede, non fa rumore, ma esiste e ha un ruolo nelle sue scelte, nella sua progettualità, nel suo mondo emotivo, nelle sue reazioni e nelle sue azioni.
Quello che ha vissuto occupa spazio, merita di essere validato. Il cancro non è mai un’esperienza individuale.
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