Novate, Stefania Brusa prepara i medici di domani col simulatore.
È stato un 2023 molto intenso per la dottoressa novatese Stefania Brusa, già coordinatrice scientifica del Centro di Simulazione Università Humanitas, ma con importanti soddisfazioni sul piano professionale che hanno avuto positivi risvolti anche sul piano personale considerando che dal 2014 la dottoressa Brusa sostiene l’importanza della didattica a livello sanitario attraverso la simulazione. Un percorso iniziato in una stanza del centro Humanitas con un manichino e un ingegnere che ne conosceva il funzionamento, fino ai duemila metri quadri dell’attuale centro. Una metodologia già da molto tempo utilizzata negli Stati Uniti, ma che si deve ancora affermare in Europa dove serve creare una continuità con punti fissi di riferimento.
Novate, Stefania Brusa prepara i medici all’uso del simulatore
“Lo scorso ottobre si è svolto a Roma il 77° congresso della Società Italiana Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva Siaarti – ha raccontato al Notiziario la dottoressa Brusa – la società di medicina con la maggiore storia alle spalle. Il presidente Antonino Giarratano due anni fa ha voluto creare gruppi di lavoro tra cui la sezione di “simulazione”, un passo importante perché la simulazione iniziava a essere riconosciuta”.
La dottoressa di Novate è stata così nominata coordinatrice della sezione a livello italiano e con altre cinque persone ne costituisce il “board”, la commissione che la gestisce, e che si occupa anche del nuovo centro di simulazione di Roma voluto dal presidente Giarratano che mette a disposizione oltre 450 m2 e del quale la dottoressa Brusa è stata incaricata della direzione scientifica. Tra gli obiettivi quello di “formare i formatori” affinché possano a loro volta trasmettere il metodo didattico nelle strutture che si stanno allestendo in Italia e in Europa.
Brusa: l’importanza del simulatore
“È una metodologia didattica – ha proseguito la dottoressa Brusa – ma intorno a questo ruota anche molta tecnologia, e non bisogna lasciare che sia la fornitura tecnologica a prendere il sopravvento. Dobbiamo garantire che esista una conoscenza del metodo didattico indipendentemente ad esempio dal manichino. Si tratta di una metodologia in crescita ma va governata, si stanno investendo cifre importanti anche nel settore pubblico e non si può rischiare di costruire “torri d’avorio” che restano chiuse perché non c’è chi sa utilizzare la tecnologia”. Motivo di soddisfazione è stato pure lo spazio dedicato durante il congresso a cui hanno partecipato anche diversi relatori stranieri.
“È stato dato ampio spazio all’argomento simulazione – ci ha sottolineato la dottoressa novatese – e e si è parlato molto del “fattore umano”. Circa il 70% degli errori in medicina derivano da questo fattore, ma capacità come quelle decisionali, di dare priorità, suddividere compiti, comunicare in modo efficace sono essenziali però non si possono imparare sui libri. Attengono alla personalità e al modo di essere della persona. Grazie alla simulazione è però possibile verificare quali siano i fattori su cui lavorare senza che ne risenta la salute del paziente. Inoltre c’è la possibilità di analizzare gli errori realmente commessi che non devono restare nascosti, ma essere motivo di studio per capirne la motivazione e trovare una soluzione”.
Tra l’altro come dimostrazione della metodologica sono state organizzate esercitazioni in stile “escape room” che hanno coinvolto circa un centinaio di partecipanti al congresso, dove le diverse squadre mediche dovevano comprendere il problema del paziente accedendo gradualmente a nuovi strumenti solo dopo aver correttamente svolto una specifica fase, con la possibilità di ottenere la “chiave” per uscire dalla stanza solo dopo aver “salvato” il paziente.
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