“Quello che ci hanno chiesto è stato di morire di coronavirus oppure di fallire”. E’ lo sfogo di Cristina Cinquemani, di Caronno Pertusella, la quale lavora come tabaccaia a Milano in via Rubens.
Adesso la categoria dei tabaccai ha ottenuto la facoltà di poter scegliere se tenere l’attività aperta o chiusa, “ma fino a martedì della scorsa abbiamo dovuto per forza lavorare otto ore al giorno – si sfoga la caronnese – senza possibilità di chiudere anche se le sigarette e le giocate al Lotto non sono servizi di prima necessità”.
Il caso di Cristina è emblematico della situazione venuta a crearsi: “Non vedo i miei figli di otto e quattro anni da due settimane – spiega – Obbligandoci a lavorare senza mascherine né guanti, al contatto coi clienti, rischiamo di infettarci ogni giorno e non posso portare il virus ai miei piccoli, che ho lasciato a ai nonni”. Cristina avrebbe voluto poter scegliere se lasciare la sua tabaccheria aperta o chiusa, “ma ci hanno costretto a stare aperti dalle 7 del mattino alle 7 di sera con la sola pausa pranzo. In pratica il Governo ci dice: state al vostro posto per guadagnare il 10 per cento sulle sigarette, su giocate e gratta e vinci. Ma non dev’essere un obbligo, bensì una scelta. Ho il terrore di non poter rivedere più i miei bambini, di non poterli crescere”.
Settimana scorsa è stato concesso di lavorare mezza giornata, garantendo cinque ore invece di otto e lasciando il distributore di sigarette in funzione: “Anche se non è molto, va sicuramente meglio – commenta la tabaccaia – Il massimo sarebbe rimanere chiusi e coi conti congelati dal momento della chiusura, per poi rimovimentarli all’apertura dell’esercizio. Ma avendo fatto un ordine molto alto di sigarette (essendo in zona l’unica aperta) devo poter rientrare dei costi”.
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