di Stefano Di Maria
Torna dopo diversi anni FAUDA, la serie che racconta il conflitto israelo-palestinese. Appena rilasciata da Netflix la quinta stagione, si è subito imposta in tutto il mondo nella top ten, confermando l’apprezzamento del grande pubblico per la qualità del racconto e le ottime interpretazioni del cast.

FAUDA 5 – La trama
Ambientata nel 2025, la quinta stagione di FAUDA vede Doron alle prese con nuovi nemici e con i propri demoni interiori. La vicenda prende avvio quando un suo vecchio amico intraprende a Marsiglia una missione di vendetta non autorizzata, trascinando il protagonista in una pericolosa operazione clandestina dalle conseguenze imprevedibili.
La storia si sviluppa poi tra Siria, Giordania e Israele, dove l’unità speciale è impegnata a contrastare una nuova e grave minaccia terroristica. Mentre le indagini e le operazioni sul campo si intensificano, emergono tensioni personali, dilemmi morali e scenari geopolitici sempre più complessi.

FAUDA 5 – La recensione
Non era facile, dopo l’attacco del 7 ottobre, riproporre FAUDA in chiave attuale (tant’è vero che gli autori hanno dovuto cambiare l’iniziale sceneggiatura). Soprattutto con l’incertezza di come sarebbe stata accolta nel mondo, dopo l’invasione di Gaza. Da un lato la serie si mostra per quello che è sempre stata: una narrazione avvincente del conflitto fra israeliani e palestinesi, reso accessibile anche al pubblico generalista; dall’altro è qualcosa di diverso, perde quel minimo equilibrio che c’è stato fino alla quarta stagione, quando anche i palestinesi – combattenti o non – venivano presentati in tutta la loro umanità. Adesso il confronto fra buoni e cattivi ha un confine meno sfumato, anzi per niente labile. Al centro ci sono gli effetti psicologici degli eventi del 7 ottobre sui combattenti israeliani e sulle loro famiglie, mentre di Hamas si mette in luce solo l’insaziabile sete di vendetta (seppure senza fare riferimenti all’invasione di Gaza). Del resto gli autori e gli stessi attori lo hanno dichiarato apertamente: “Questa è una serie pensata dal punto di vista del nostro popolo”.
Il 7 ottobre è raccontato negli episodi 7 e 8, quando la serie introduce un lungo flashback. Le puntate mostrano le incursioni nei kibbutz, gli omicidi indiscriminati, le abitazioni date alle fiamme e i disperati tentativi di fuga dei partecipanti al Nova Festival. Viene così ricostruito uno degli eventi più traumatici della storia recente israeliana così come ha già fatto la miniserie di Paramount+ RED ALERT. Per altro avvisando gli spettatori che i fatti narrati possono essere traumatizzanti.

Il protagonista Lior Raz, che è anche fra gli autori e sceneggiatori dello show, si conferma eccezionale nel ruolo di Doron: un personaggio che in questa quinta stagione è ancora più tormentato, coraggioso quanto intimamente spezzato. Lui e il resto del cast, ancora una volta, mettono in scena il sacrificio di chi, in Israele come altrove, rischia la vita per la sicurezza del suo popolo, sventando attacchi terroristici: individui che stanno dietro le quinte, di cui non si parla mai al contrario della sovraesposizione mediatica dei capi di governo. Sull’altro fronte c’è Anne, il nuovo personaggio femminile interpretato dalla brava Mélanie Laurent Joins: un personaggio che incarna le motivazioni per cui un cittadino europeo, per giunta donna, può arrivare a farsi reclutare dagli islamici per commettere attentati.
FAUDA resta un prodotto di ottima fattura, che deve e può dare ancora molto in futuro. Comunque la si pensi sul conflitto in quelle travagliate terre, è un serie che mette in luce i meccanismi della guerra e le ripercussioni sui soldati, senza mai concentrarsi sulla politica che decide: come a evidenziare che la distanza fra questi due mondi è siderale.
IL NOSTRO VOTO:
8
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