
di Stefano Di Maria
In un catalogo sconfinato, dove spesso bisogna cercare prodotti di qualità con il lanternino, a fine ottobre Netflix ci ha riservato una gradita sorpresa: COLIN IN BIANCO E NERO, miniserie drammatica americana che racconta l’adolescenza dell’atleta Colin Kaepernick e di come sia diventato un attivista dei diritti dei neri negli Stati Uniti.
Produttore esecutivo e voce narrante è proprio lui, il vero Colin, giocatore di football americano nel ruolo di quarterback, che dal marzo del 2017 gioca senza contratto come forma di protesta contro le ingiustizie e le oppressioni subite dalla minoranza nera (imitato da giocatori di altri sport). Originale la scelta registica di far raccontare l’infanzia di Colin direttamente dal protagonista, che descrive e segue con noi spettatori – su un grande schermo – la trasposizione cinematografica dei suoi anni formativi fra basket, baseball e football.

Lo vediamo quindi alle prese con una famiglia che lo ha sempre appoggiato e aiutato mentre cercava di farsi strada nel mondo dello sport. Figlio adottivo di genitori bianchi, non si era mai posto il problema del colore della sua pelle fino a quando un giorno, a una competizione, gli è stato rifiutato un secondo gelato, distribuito invece a tutti gli altri giocatori. Da lì è stata un escalation di ingiustizie, tanto più quando vedendolo nero davano per scontato che fosse un molestatore, un disturbatore o un malintenzionato. I genitori non sembravano curarsene più di tanto, nemmeno quando il ragazzo – alla guida col foglio rosa – fermato dalla polizia, si è visto puntare una pistola contro solo perché aveva messo in tasca la mano per prendere i documenti. “Ti è andata bene senza multa”, hanno commentano i suoi.
A interpretare Colin è il bravo Jaden Michael, decisamente convincente nel ruolo, ben calato nella parte malgrado la giovane età. Buona l’interpretazione del padre, affidata a Nick Offerman, mentre la madre è la quasi irriconoscibile Mary-Louise Parker di WEEDS. I tre dominano quasi ogni scena, a proprio agio nel reggere il peso dei sei episodi: anche grazie a una scrittura efficace, rendono molto bene l’idea di una famiglia unita, sempre pronta ad aiutarsi vicendevolmente, condividendo momenti brutti e belli senza mai entrare in crisi.
La serie, che solo in apparenza è teen tendendo più al genere young-adult, segue il suo impegno sportivo fra allenamenti e delusioni continue, mentre cerca di entrare in una squadra che lo voglia come quarterback. Alla fine ciò che resta è un messaggio importante per le giovani generazioni: bisogna lottare per raggiungere i propri obiettivi impegnandosi a fondo, anche quando sembra che tutto remi contro. Proprio come Colin Kaepernick, che tutt’oggi prosegue la sua battaglia per i diritti dei neri.
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