Spesso ci capita di distinguere le persone tra chi ama leggere e chi ama scrivere, come se fossero due attività simili. In realtà non è così: c’è una differenza abissale tra chi legge e chi scrive. Chi scrive parla, chi legge ascolta. Chi legge è portato a sforzarsi di capire cosa l’altro ha scritto, è portato a fare un’analisi approfondita, non superficiale.
Quando si parla con una persona o si ascolta la radio o la tv, spesso si fa un’analisi molto superficiale di ciò che si sente, perché si è bombardati dalle parole, non si fa in tempo a ragionare. Chi legge, invece, ha il tempo di fermarsi a riflettere, a rileggere, e impara ad analizzare in modo approfondito.
L’altro giorno ho letto un articolo di Mimmo Càndito pubblicato sul sito de “La stampa” nel quale l’autore spiega che tre italiani su quattro sono analfabeti, poiché non sono capaci di analizzare, se non in modo superficiale, le informazioni che ricevono: “Leggono, guardano, ascoltano, ma non capiscono”, scrive Càndito. E’ un quadro allarmante quello descritto dall’autore, ma si rispecchia nella scarsissima abitudine di noi italiani ad approfondire. E mi ha ricordato le parole del mio amico albanese che mi diceva: “Oggi abbiamo la libertà di parola ma non abbiamo più la libertà di pensiero”. E’ vero, ma questa situazione ce la siamo costruita noi per pigrizia, perché un rimedio c’è: leggere molto. Leggere un giornale o un bel libro. E poi riflettere.
Piero Uboldi
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