Nei giorni scorsi parlavo con una persona che si occupa di addestramento del personale per un’azienda informatica. Mi spiegava che da qualche tempo anche tra i laureati ha cominciato ad arrivare nel mondo del lavoro la cosiddetta “Piena Generazione Z”, ossia i giovani nati dal 2000 in poi. Si tratta di giovani molto diversi dalle generazioni precedenti, poiché sono completamente “nativi digitali”, ossia sin da bambini sono cresciuti con telefonini e tablet, internet e social media.
Ho chiesto a questa persona abituata a “esaminare” i giovani è se la “Piena Generazione Z” sia meglio o peggio rispetto alle generazioni che la precedevano. La risposta è stata sibillina: “Sono diversi”. E mi ha spiegato un caso che le è capitato più di una volta:
“Tu stai addestrando un giovane che lavora in smart working, gli fai una domanda via messaggio e lui ti risponde. Poi fai la stessa domanda un altro giovane e lui ti scrive la stessa identica risposta, parola per parola.
Perché? Perchè anziché usare la loro testa per rispondere, chiedono la risposta all’Intelligenza artificiale: la copiano e la incollano. Io cerco di fargli capire che non va bene, che io volevo una risposta dalla loro testa, non dalla IA, ma… loro non capiscono, ed è proprio qui la differenza con le generazioni precedenti: hanno una forma mentis diversa, il loro modo di rispondere ai problemi è affidarsi alla IA, come se fosse una loro estensione”. Non capendo che, a quel punto, l’azienda può anche decidere di fare a meno di loro e tenersi la IA.
Piero Uboldi




