di Stefano Di Maria
Ritorna ATTRAZIONE FATALE, il celebre film cult degli anni Ottanta di Adrian Lyne, con un’ambiziosa versione seriale che promette bene ma mantiene solo in parte le sue promesse.

LA TRAMA – Una relazione torbida e pericolosa
Rilasciata da Paramount+ in otto episodi di circa un’ora, la miniserie ricalca in pieno la storia originale. Dan Gallagher esce di prigione per buona condotta dopo avere scontato 15 anni per omicidio. Avrebbe ucciso la sua amante, conosciuta quando era un procuratore e aspirante giudice, ma si proclama innocente e vuole dimostrarlo. Lei, Alexandra Forrest, quando viene lasciata svela il lato più oscuro di sé: è possessiva al punto da rivelarsi una pericolosa stalker in grado di mettere in discussione tutta la vita di Dan, dalla famiglia al lavoro. Finché viene trovata morta. Chi è l’assassino? Dan o uno dei tanti uomini che aveva frequentato e stalkerato in precedenza?

LA RECENSIONE – Di fatale c’è la lentezza di una messa in scena che si prende troppo tempo
ATTRAZIONE FATALE – La serie è un mix fra thriller e giallo, il cui intento è tenere avvinghiato lo spettatore fino all’ultimo episodio, quando si scoprirà chi è l’assassino o l’assassina di Alex. Volere non è però potere e in effetti questo potere non ce l’ha. Per quanto la storia sia di base appassionante, rischia di lasciarsi per strada lo spettatore che vuole tutto e subito, che da un titolo come questo si aspetta lo stesso ritmo, la stessa tensione, le stesse emozioni del film con Michael Douglas e Glenn Close. Qui, invece, è tutto il contrario. Gli episodi sono lenti, si prendono tutto il tempo per sedimentare la storia, approfondire la psicologia dei personaggi, indagare le ragioni dei loro comportamenti e analizzare le rispettive azioni su due piani temporali: prima che fiorisse l’attrazione fatale e dopo che Dan Gallagan esce di prigione volendo dimostrare la sua innocenza. Il che non è certo un male, anzi è naturale che gli autori volessero approfittare del lungo minutaggio della serie per scandagliare le menti e i fatti come la pellicola originale non poteva fare in due ore. Tanto più affrontando il tema del #metoo e lasciando abbastanza spazio al personaggio di Alex per non demonizzarla bensì umanizzarla, facendo conoscere i traumi del suo passato. Eppure, l’abbondanza di tempi morti e la fase legal centrale, unitamente a una scrittura complessa, non rendono lo show facilmente digeribile dal pubblico generalista. Il rischio è di restare un prodotto di nicchia, apprezzabile ma pressoché sconosciuto.

Sul fronte delle prove attoriali, a nostro giudizio i due comprimari Joshua Jackson (indimenticabile in THE AFFAIR) e Lizzy Caplan (MASTER OF SEX) funzionano perfettamente. Fra loro c’è la stessa chimica della pellicola originale, risultando convincenti quanto lo erano in scena Douglas e Close. Si dimostrano all’altezza i comprimari, da Amanda Peet (che assume il ruolo della moglie di Dan, interpretato nel film da Anne Archer) a Toby Huss, che veste i panni di Mike, l’amico di una vita.
La serie, la cui prova si può dire superata a metà, si conclude con un imprevedibile colpo di scena che mette in discussione uno dei personaggi secondari, lasciando intendere che potrebbe essere centrale in una seconda eventuale stagione. Speriamo meno soporifera.
VOTO: 3/5
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