di Stefano Di Maria
Tempo fa un collega mi ha chiesto quando avrei finalmente dato un 4, se non un 5, a una serie. Già, sono una rarità questi punteggi quando la media viaggia sul 3. Ebbene, il momento di assegnare un bel 5 è finalmente arrivato: RIPLEY, versione seriale del film Il talento di Mister Ripley, lo merita in pieno. Non succedeva dai tempi di CHERNOBYL.
Coprodotto da Showtime ed Endemol Shine North America in collaborazione con Entertainment 360 e Filmrights, lo show Netflix Original vede Steven Zaillian firmare sceneggiatura e regia. Un nome che è una garanzia: ha vinto il premio Oscar per la sceneggiatura di Schindler’s List.
Qui sotto il teaser ufficiale.
RIPLEY – La trama
La miniserie drammatica, thriller psicologico tratto dal famoso libro di Patricia Highsmith, ha per protagonista Tom Ripley: un truffatore che cerca di sopravvivere nella New York dei primi anni Sessanta, assunto da un uomo benestante per recarsi in Italia e cercare di convincere il figlio girovago a tornare a casa.
Accettando l’incarico, Tom entra in una complessa realtà fatta di inganni, truffe e omicidi orchestrati da lui, pronto a tutto per prendere il posto dell’uomo che avrebbe dovuto riportare a casa.

RIPLEY – La recensione
Già entrato nella top ten di Netflix, RIPLEY è destinato a finire tra le perle seriali della piattaforma, quelle destinate a rimanere nel tempo, che non si consumano nella fugacità del momento per venire dimenticate subito dopo. Abbiamo però dei dubbi (ma magari saremo presto smentiti) che possa assestarsi in prima posizione: in tanti cercano prodotti dal ritmo serrato, mentre qui ogni sequenza (o quasi) è compassata, di una lentezza talvolta esasperante. Se poi ci mettete che la serie è in bianco e nero…

Invece RIPLEY è un piccolo capolavoro. Perfetto in tutto. In quelle atmosfere felliniane de LA DOLCE VITA. Nella fotografia che cristallizza la costiera amalfitana (soprattutto Atrani), Napoli,, Roma e Venezia senza far sentire la mancanza del colore. Nelle colonne sonore degli anni Sessanta, che rimandano a canzoni rimaste nel tempo come “Il cielo in una stanza” di Mina. Nella scrittura senza sbavature, che fa la differenza rispetto alle versioni cinematografiche.

Andrew Scott, diretto da uno Steven Zaillian in stato di grazia, è impareggiabile nell’impersonare un uomo disturbato, pronto perfino a uccidere pur di prendersi la sua rivincita sociale. I suoi occhi neri, sempre impersonali, quasi minacciosi, trasmettono quel gelo emotivo che Patricia Highsmith era stata altrettanto perfetta a trasmettere al suo personaggio. Scott è inquietante in ogni suo gesto, in ogni parola ed espressione del volto. E’ entrato nei panni di Tom in maniera conturbante e raggelante, soprattutto nel terzo episodio, quando la sua psiche disturbata esplode fino alle estreme conseguenze e da quel momento sarà un’escalation. Con la sua bravura riesce ad adombrare tutti: da Dakota Fanning, che interpreta Marge Sherwood e Johnny Flynn, nei panni Dickie Greenleaf, fino alla nostra Margherita Buy, comunque sempre da applausi.
RIPLEY chiede solo uno sforzo: non lasciarsi scoraggiare dal ritmo lento, sforzandosi piuttosto di entrare nella mente da sociopatico del protagonista, che nel corso degli otto episodi non deluderà chi ama i thriller psicologici.
GIUDIZIO: 4 su 5
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