di Stefano Di Maria
Traendo spunto dal vero suicidio di massa di una setta, accaduto in un villaggio sulle Alpi francesi, ANTHRACITE è una di quelle serie che attirano l’attenzione e mantengono la promessa di tenere incollati allo schermo, eppure si dimenticano facilmente: per la mancanza di credibilità e la trama confusionaria.
Con alle spalle la showrunner Fannu Robert, scritta da Maxime Berthemy, Sophie Lebarbier, Mehdi Ouahab, la storia della setta degli Ecrins è saldamente ai primi posti della top ten di Netflix, dove si è assestata fin dalla sua uscita, ma – come vedremo nella nostra recensione – non ci ha convinto.
ANTHRACITE – La trama
Nel 1994 il suicidio di massa di una setta in un villaggio delle Alpi domina le testate dei giornali… Trent’anni più tardi, l’omicidio di una ragazza uccisa nei rituali di questa strana comunità sconvolge il delicato equilibrio ristabilito dagli abitanti locali. Jaro Gatsi è il perfetto capro espiatorio: un giovane criminale arrivato nelle montagne per rimettere in sesto la propria vita e presto accusato dell’omicidio. Determinato a provare la propria innocenza, il ragazzo riceve l’aiuto inaspettato di Ida, un’eccentrica geek iperconnessa che sta cercando il padre scomparso.
Presto si rendono conto che il loro coinvolgimento nel caso non è fortuito e che le risposte che stanno cercando sono radicate nei segreti del loro passato…

ANTHRACITE – La recensione
Un po’ thriller-horror, un po’ drama, un po’ poliziesco, non si può dire che non sia coinvolgente la nuova miniserie ANTHRACITE in sei episodi, rilasciata questo mese da Netflix. Non ha però molte frecce al suo arco per centrare il bersaglio dei titoli che si distinguono nello sconfinato catalogo del colosso dello streaming a stelle e strisce.
Basti pensare alla trama sconclusionata: attirato dal mistero delle uccisioni, lo spettatore è spinto a proseguire la visione in un improbabile binge watching, eppure i tasselli non finiscono tutti al posto giusto. Alcuni restano addirittura fuori dal puzzle, altri vogliono spiegare qualcosa ma non convincono abbastanza. Si aggiungono le troppe coincidenze, tipo trovare il documento giusto al momento giusto; così come videocassette e nastri che spuntano nel posto giusto per gettare luce sul passato visto nei flashback. Lascia interdetti anche lo svelamento dei segreti di famiglia, su chi è padre di chi e chi non è il padre di chi.

Insomma, si procede spediti la visione, sperando che il finale spieghi tutto. Ma non è così: quando si pensa che sia stata fatta chiarezza, ecco emergere nuovi segreti che hanno dell’incredibile (no, non è un’esclamazione positiva).
Oltre tutto la prima interpretazione del rapper Caleb Johansson, nei panni di Jarò, non è granché: meglio che torni a cantare. Certo non è all’altezza degli altri attori principali, che a dispetto della scrittura infarcita di troppe sottotrame e troppi personaggi, dimostrano tutti buone capacità recitative. A salvarsi è la fotografia, che cristallizza i bellissimi paesaggi alpini invernali: sprazzi di realtà in una serie che, nonostante il tema trattato, di realistico ha poco o nulla.
GIUDIZIO: 2 su 5
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