Quando ero ragazzo tante volte mi è capitato sentir dire: “I preti sono ricchi”. Io non ne sono mai stato così convinto, forse perché i miei genitori sono sempre stati vicini ad alcuni sacerdoti che erano sì ricchi, ma di fede, non certo di soldi. Adesso non mi capita più di sentir dire quella frase superficiale: forse in tanti cominciano a capire che le parrocchie, che vivono per lo più delle offerte dei fedeli, stanno attraversando un momento difficile.
L’altro giorno parlavo con il parroco di uno dei nostri comuni il quale, a malincuore, mi spiegava che hanno dovuto licenziare il sacrestano poiché non ci sono più soldi per garantirne lo stipendio: il Covid ha visto crollare la partecipazione dei fedeli e dunque anche le offerte, dopo il Covid non c’è stata purtroppo la sperata ripresa della socialità (e questo si nota non solo nelle chiese), per cui il momento è davvero difficile.
E la prospettiva è tutt’altro che rassicurante: cosa sarà tra dieci anni se i preti e i fedeli diventano sempre meno? Chi curerà le chiese, gli oratori, gli asili? Chi pagherà i costi quando ci sarà da rifare un tetto o una caldaia? Ma soprattutto: riuscite a immaginare le nostre piccole comunità senza la presenza delle parrocchie, degli oratori, delle Caritas, degli asili e magari anche dei loro cinema dal sapore antico? Non è soltanto una questione di fede, è una questione di aggregazione, di socialità e, in fin dei conti, di qualità della nostra vita.
Piero Uboldi
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