Qualche sera fa ero in un bar con mia moglie a chiacchierare e bere una fresca birra quando nel locale, frequentato da clienti ben più giovani di noi, il Dj ha fatto partire la canzone “Felicità” di Albano e Romina. Diversi ragazzi si sono messi a cantarla allegramente, qualcuno accennava perfino a ballare. E’ bello vedere come, dopo 43 anni dal suo lancio, questa canzone sappia ancora far breccia nei cuori. E pensare che, quando debuttò al Festival di Sanremo, non vinse e anzi i critici la bollarono subito come una “canzonetta” di ben poco valore. Invece è diventata un inno alla felicità italiana. Ma non solo italiana.
Dovete sapere che mia moglie, nata e cresciuta nell’allora Cecoslovacchia sotto la dittatura comunista, mi ha raccontato che nel suo Paese, oppresso da un regime pesante, era vietato ascoltare la musica occidentale. Ma sua mamma amava tantissimo Sanremo e la nostra musica, così ascoltava di nascosto il Festival, chiusa in casa, tramite una radio clandestina. E si ricorda bene quando hanno trasmesso “Felicità”, che le era piaciuta tantissimo. Però la doveva ascoltare a volume minimo, senza poterla cantare a squarciagola come avrebbe voluto, perché se i vicini l’avessero sentita c’era il rischio che la denunciassero.
La mamma di mia moglie, come tanti altri, chiedeva solo di poter vivere nella libertà. E quella canzone, bollata dai nostri critici come “canzonetta”, è divenuta una delle bandiere di chi non sopportava più l’oppressione.
Piero Uboldi
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