A venticinque anni dall’omicidio a Rho di Nicola Vivaldo, freddato con diversi colpi di pistola la sera del 23 febbraio 2000 mentre parcheggiava l’auto a Mazzo di Rho, gli inquirenti mettono finalmente un punto fermo sull’inchiesta. Sei uomini sono quindi stati raggiunti da misure cautelari con l’accusa di omicidio aggravato dal metodo mafioso.
Le nuove indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, hanno trovato la loro chiave grazie alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele De Castro, un tempo figura di spicco della ’ndrangheta nel Varesotto.
Dalle dichiarazioni di un pentito la ricostruzione dell’agguato mortale a Rho
Il pentito ha ricostruito il movente e il ruolo dei vari partecipanti, indicando la cosca Gallace come mandante della condanna a morte. Secondo i clan, Vivaldo avrebbe fornito informazioni riservate ai carabinieri, contribuendo all’arresto di affiliati di primo piano.
Tra gli arrestati figurano personaggi già noti alle cronache antimafia: Massimo Rosi, indicato come esecutore materiale; Vincenzo Rispoli, ritenuto tra i promotori dell’agguato; e Stefano Sanfilippo, all’epoca capo della locale di Rho e presunto informatore del commando sui movimenti della vittima.
Il quadro investigativo ricostruisce un’esecuzione rapida e spietata: Vivaldo aveva appena fatto scendere la figlia dall’auto quando fu circondato e colpito al volto da distanza ravvicinata. Una vendetta interna alle dinamiche mafiose lombarde, rimasta irrisolta per un quarto di secolo e oggi finalmente riaperta, grazie alle nuove collaborazioni e al lavoro degli investigatori.
Red. Cro.
Perché alcuni articoli non sono firmati?
Perché sono il risultato di un lavoro collettivo.
Dietro ogni notizia su queste pagine, ci sono giornalisti che da oltre 30 anni raccontano con passione la cronaca locale.
Quando un articolo non porta una firma, è perché è frutto del nostro impegno condiviso: un’informazione costruita insieme,
con la serietà che ci contraddistingue.
Edicola digitale | Canale Telegram




