Baranzate, un lungo pomeriggio dedicato a don Livio.
Lo scorso sabato 17 gennaio, a partire dalle ore 15 presso il Centro Diversetà, si è tenuto l’incontro “Baranzate. La memoria e i progetti a partire da Piazza Don Livio Milani”. Si è trattato di un racconto lungo e estremamente partecipato che, iniziando con la presentazione del libro “Don Livio Milani, un prete nella Resistenza ribelle per amore” di Costantino Corbari, ha ripercorso la vita di Don Milani, una delle figure più significative per la storia della città. Alle 16.15 ha poi preso avvio il secondo incontro di questo ciclo emozionante, ovvero “Narrazione di Comunità, ricordi di Don Livio Milani e degli spazi pubblici di Baranzate”, moderato da Giuliana Gemini, Pui Citta Metropolitana di Milano spugna.
La storia di Baranzate e la figura di don Livio dal Dopoguerra a oggi
Il primo a ripercorrere la storia di Baranzate è stato Giuseppe Corbari, già Sindaco Comune di Baranzate, il quale ha delineato un percorso fatto di trasformazioni profonde, vite intrecciate e figure capaci di tenere insieme una comunità in continuo cambiamento, a partire dagli anni immediatamente successivi alla guerra, quando il paese era ancora in gran parte campagna e contava poco più di ottocento abitanti. Nel 1948 don Livio diventa una presenza centrale e fonda la Baranzatese, non solo come squadra di calcio ma come vera polisportiva, affiancandole il ciclismo, i bocciofili e persino un cineforum, creando occasioni di aggregazione in un paese dove il giovedì i ragazzi facevano catechismo e poi andavano a giocare a calcio e la domenica la messa era alle nove perché alle dieci e mezza giocava la squadra.
Don Livio Milani, chi era? Il suo legame con Baranzate
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Settanta Baranzate cresce rapidamente fino a raggiungere i dodicimila abitanti, mentre nelle fabbriche del territorio lavorano fino a quarantamila persone, che arrivano in massa in bicicletta formando file interminabili, e intorno all’oratorio ruotano tornei, iniziative e una vita comunitaria intensa, come il primo torneo serale di calcio a sei inventato proprio da don Livio. Da questi anni emergono aneddoti, ricordi e volti che raccontano un paese in costruzione, sostenuto da una figura che è stata colonna portante di Baranzate, capace di aiutare chi cercava lavoro, di accogliere e di dare a molti la possibilità concreta di costruirsi una vita.
Negli anni Settanta il racconto si sposta sulla scuola, come ricorda Francesco Chiariello, Assessore già Vicepreside istituto G. Rodari, in un periodo segnato dalla fine del boom economico, da un forte flusso migratorio dal Sud e dall’inizio degli anni di piombo, quando Baranzate era percepita come un quartiere dormitorio e le uniche istituzioni realmente presenti erano la scuola e la chiesa, ancora una volta rappresentata da don Livio. Arrivato nel 1974, Chiariello racconta una realtà complessa, con consigli di fabbrica molto attivi, tensioni sociali e un’alta dispersione scolastica, che diventa l’obiettivo principale da contrastare insieme alla preside Maria Fiorenza Lombardi, figura determinata e innovativa, capace di coinvolgere più di cinquecento ragazzi, di portare i genitori a scuola grazie alle 150 ore di formazione e di trasformare l’istituto in una scuola sperimentale di musica.
Il passaggio agli anni Duemila
Con il passaggio agli anni Duemila il racconto si sposta sul Comune, attraverso l’esperienza diretta di Igor Tosi, Responsabile Area Sviluppo Territorio Comune di Baranzate, che descrive un periodo complesso in cui Baranzate deve dotarsi di un proprio ente amministrativo, di un bilancio e dei servizi essenziali, adattando spazi esistenti e riutilizzando edifici tra via Mercantesse e via Erba, in una logica di riuso e rigenerazione urbana che sembra appartenere al Dna stesso della città.
A tenere insieme questo lungo percorso resta ancora una volta la figura di don Livio, ricordata da Don Carlo Chiesa, già Parroco a Baranzate , che nel 1992 viene accolto con un semplice ma potente “adesso tocca a voi, avanti” di don Livio, segno di una consegna autentica e senza possesso, di un sacerdote che “ha avuto come unica misura il Vangelo”, come dimostrano le sue parole pronunciate a novant’anni, quando chiese solo una buona Bibbia con commenti aggiornati, e la sua umanità capace di salvare partigiani e fascisti durante la guerra, di aprire case di accoglienza come Casa Frassati e di lasciare tutti i suoi beni alla parrocchia.
Don Carlo ha poi concluso con una frase proprio di don Milani “vi auguro di diventare sempre più una chiesa aperta, attenta alle nuove esigenze, una chiesa che non ha paura ad accogliere quelle sfide che la fanno bella e la aiutano a cambiare […] una chiesa che accolga e sviluppi le necessità di ogni uomo e donna oggi”.
Rebecca Calabrò


