di Sara Calzavacca
Quando ho sentito Bianca Balti parlare in sala stampa a Sanremo, non stavo solo ascoltando una modella di fama mondiale, ma una donna che stava mettendo ordine, in pubblico, tra i cocci della sua vita “di prima”: “Ho dovuto elaborare un lutto”, ha detto, “la perdita di quella donna che non aveva vissuto la malattia e non aveva la cicatrice… la vita di prima e la spensieratezza non torneranno più”.
Quella frase sulla spensieratezza è rimasta lì, sospesa, come se qualcuno avesse appena dato voce a un pensiero che conoscevo bene ma che non avevo mai osato dire così chiaramente.
Il racconto di Bianca Balti e l’esperienza di chi attraversa il cancro
Anche nella mia vita c’è stato un “prima” e un “dopo”, un confine netto segnato da una diagnosi oncologica e da tutto quello che ne è seguito: visite, terapie, paure nuove, fragilità intense, mai provate.
Non è solo un tema di cicatrici sul corpo.
È la scoperta che non tornerai più a essere quella persona che prenotava un viaggio senza pensarci troppo, che rimandava i controlli, che dava per scontata la parola “domani”.
La spensieratezza, quella vera, quella che ti fa credere che le brutte cose capitino sempre a qualcun altro, se ne va in silenzio, e non torna più.
Quando i capelli ricrescono, molti pensano che il cerchio si sia chiuso.
In realtà è proprio lì che comincia la parte più difficile: convivere con la nuova versione di te, fare i conti con la paura delle recidive, con il calendario scandito da esami, con il corpo che non è più solo “tuo” come prima.
Per questo mi ha colpito così tanto sentire Bianca Balti parlare di lutto, ma allo stesso tempo mostrarsi felice di essere di nuovo su quel palco, orgogliosa di rappresentare chi ha attraversato un tumore.
È la stessa ambivalenza che vivo ogni giorno: posso essere grata, sorridente, capace di fare progetti, e al tempo stesso consapevole che la leggerezza con cui affrontavo la vita prima di ammalarmi è morta il giorno della mia diagnosi.
Quello che cambia, allora, è la definizione di felicità.
Una felicità che ha perso la sua parte ingenua ed è diventata adulta molto in fretta, che tiene insieme la paura e la speranza, la fatica e la voglia di godersi ogni spiraglio di bellezza.
È uno spazio in cui convivono esami di cui avere paura, un corpo con cui ci si sente molto spesso in debito
che sa di liste di esami, di controlli periodici, di giornate no in cui il corpo reclama il suo conto, ma anche di caffè con le amiche, di risate che scoppiano comunque, di progetti che tornano a bussare alla porta.
ATUTTAVITA – voci a colori è nata proprio da questo punto di rottura: dalla diagnosi, dal viaggio, da quella domanda scomoda che arriva quando l’emergenza sembra finita e ti ritrovi davanti allo specchio a chiederti: chi sono ora che non sono più chi ero prima del cancro, né chi sono stata durante?
Non è una rubrica sulla malattia, ma su ciò che la malattia non ha potuto infrangere: la forza delle emozioni, il desiderio di costruire, il bisogno di condividere, dare e ricevere.
E si impara col tempo a fare pace (ogni giorno, non una volta per tutte) con un corpo che ci ha traditi, certo, ma anche portati in salvo. E si prova a farsi spazio nel mondo del lavoro, nelle relazioni, nei progetti.
Riconoscere di aver perso per sempre la spensieratezza non significa arrendersi.
E’ invece uno dei passi più importanti verso quella che Marsha Linehan ha definito “accettazione radicale”.
Quindi: è vero, la spensieratezza non tornerà mai più, ma possiamo ancora scegliere di trasformare quello che abbiamo vissuto in una risorsa: nel prossimo articolo vi parlerò di un progetto concreto per farlo, e lì avrò bisogno anche del vostro aiuto.
Intanto, per chi volesse già sapere qualcosa in più, a questo link Youtube trovate un primo video
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