Due controlli a due anni di distanza in un capannone di Garbagnate Milanese ha portato alla luce una realtà di caporalato che coinvolge marchi importanti della moda. Al centro dell’indagine figurano infatti brand tra cui una società controllata per il 90% da Andrea Dini, cognato del Governatore Attilio Fontana, e partecipata per il restante 10% dalla moglie dello stesso Governatore, Roberta Dini.
Due ispezioni in due anni, stessa situazione, l’intervento della Procura
Le ispezioni condotte dalla Guardia di Finanza presso un opificio di Garbagnate hanno rivelato uno scenario di degrado che si è ripetuto quasi identico a distanza di due anni, nel 2023 e nel 2025, nonostante il formale cambio di ragione sociale del fornitore.
La magistratura è giunta alla conclusione che i brand abbiano operato con una “cecità” definita “intenzionale”, finalizzata al raggiungimento del massimo profitto attraverso l’abbattimento dei costi di produzione. Secondo i magistrati, non si è trattato di episodi isolati ma di un sistema collaudato di esternalizzazione selvaggia a opifici gestiti da cittadini cinesi, dove la manodopera veniva sfruttata in condizioni di vulnerabilità estrema.
Coinvolta l’azienda del cognato e della moglie del presidente della Regione, Attilio Fontana
A Garbagnate, i finanzieri hanno documentato la presenza di lavoratori clandestini costretti a vivere in dormitori insalubri, privi di areazione e luce naturale, ricavati all’interno dello stesso capannone con abusi edilizi. L’analisi dei consumi elettrici ha smentito le dichiarazioni di facciata dei dipendenti, rivelando cicli produttivi di 14 ore al giorno, festivi inclusi, per retribuzioni misere e non proporzionate all’impegno.
La conclusione più severa della Procura riguarda la consapevolezza dei committenti: il ritrovamento di un quaderno manoscritto nell’opificio di Garbagnate, contenente i contatti diretti dei responsabili dei brand e le istruzioni tecniche per la produzione, dimostra una compenetrazione tale da rendere difficile escludere il dolo dei vertici aziendali. Per i magistrati, i modelli organizzativi e i codici etici sbandierati dalle aziende si sono rivelati meri paraventi formali, totalmente inefficaci di fronte alla logica del risparmio sui costi del lavoro.
Di conseguenza, è stato disposto d’urgenza il controllo giudiziario per le società coinvolte, una misura che prevede l’affiancamento di un amministratore nominato dal tribunale per bonificare i processi produttivi e interrompere l’illegalità, cercando al contempo di salvaguardare il valore delle imprese e i livelli occupazionali.
Il presidente Fontana, ha così commentato: “Chiedete a mio cognato” che «sicuramente dimostrerà la propria innocenza come ha fatto in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto”.
Per il presidente Fontana, l’accostamento del suo nome alla vicenda è strumentale.


