Le immagini di Notre Dame in fiamme a Parigi lunedì hanno fatto il giro del mondo scuotendo gli animi di tutti.
Noi italiani, per la verità, siamo più abituati degli altri a tragedie del genere avendo vissuto negli anni Novanta prima l’incendio che distrusse il Petruzzelli di Bari poi quello che cancellò la Fenice di Venezia, capolavori che sono stati pazientemente ricostruiti e restituiti al loro splendore.
Ciò che colpisce, però, è l’immenso senso di appartenenza del popolo francese, che in pochi giorni si sta avviando a raggiungere la cifra (pazzesca) di un miliardo di euro di offerte e impegni di pagamento per ricostruire la cattedrale simbolo di Parigi.
I francesi – lo scrivevamo qualche mese fa – non sono più ricchi di noi, ma viene da chiedersi: se accadesse la stessa cosa al Duomo di Milano, noi milanesi e noi italiani saremmo capaci di una generosità simile? Ci sarebbero gruppi industriali pronti a mettere sul tavolo 100 milioni di euro da un giorno all’altro? Permettetemi di avere qualche dubbio.
E allora, diciamocelo, meno male che il nostro Duomo non ha il tetto in legno, bensì in marmo e laterizi, meno male che ha una struttura assai diversa da Notre Dame e meno male che nella sua storia ha vissuto un solo incendio, nel 17° secolo, scaturito dalla sacrestia che ai tempi era abitata e riscaldata con bracieri.
Ma meno male, soprattutto, che il Duomo non è di proprietà dello Stato, come è invece Notre Dame: la cattedrale francese stava cadendo a pezzi e aveva dovuto elemosinare 2 milioni di euro per una parziale ristrutturazione; in Duomo si spendono ogni anno 10-15 milioni di euro per le manutenzioni e ci sono sistemi di sicurezza avveniristici. Almeno di questo dobbiamo sentirci orgogliosi.
Piero Uboldi
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