di Sara Calzavacca
Ci sono storie che non chiedono di essere interpretate, né spiegate.
Chiedono solo il giusto spazio per essere condivise.
Quella di Giorgia è una di queste.
È il racconto della sua esperienza di paziente oncologica, nata da alcune domande che le ho inviato come traccia per poter raccontare la sua storia ma ha preso presto una direzione autonoma, profonda, limpida come lei.
In Voci a Colori proviamo a “imparare a parlare di quello che resta” e Giorgia lo fa senza cercare insegnamenti, senza addolcire il dolore, senza trasformarlo in qualcosa da insegnare a qualcuno.
Quelle che seguono sono le sue esatte parole, che ho deciso di non modificare perché qualunque cambiamento sarebbe un inutile artificio.
Mi chiamo Giorgia. Ho quasi trent’anni, sono nata a Gallarate sotto il segno dei Gemelli.
Sono curiosa, istintiva, solare. Vivo attraversata da domande che non cercano sempre risposte immediate, ma verità: spazi in cui poter esistere senza dover spiegare tutto. Amo osservare, ascoltare, raccontare. È lì che, per me, nascono le relazioni autentiche: quando il cuore trova la sua voce e il silenzio smette di essere assenza per diventare presenza.
Da qualche anno vivo al mare, perché il mare conosce il linguaggio delle ferite: non le cancella, non le addolcisce, ma insegna a restare. A respirare dentro il dolore, come fanno le onde quando si infrangono e poi tornano, ostinate, vive.
Linfoma di Hodgking a 24 anni, la storia di Giorgia
A ventiquattro anni, pochi giorni prima del mio compleanno, in piena pandemia, tre parole hanno spezzato il tempo in due: linfoma di Hodgkin. Da quel momento è esistito un prima e un dopo netto. Il futuro ha perso la sua forma rassicurante e la vita si è rivelata per ciò che è: fragile, precaria, instabile. La morte ha smesso di essere un’ipotesi lontana ed è entrata nella stanza, silenziosa e concreta.
Ho scoperto di avere un tumore in una giornata di sole, il primo giorno della cosiddetta fase due (eravamo nel periodo pandemia ndr), mentre il mondo si preparava a tornare a vivere. Io, invece, venivo trascinata tra corridoi affollati, reparti stanchi, medici coperti dalle mascherine. Gli ospedali respiravano a fatica, e io con loro. Sentivo il mio corpo diventare improvvisamente fragile, come se potesse rompersi da un momento all’altro.
Eppure, in modo paradossale, il Covid mi ha anche salvata. Mi ha permesso di isolarmi non per vergogna, ma per protezione. Ho scelto di non raccontare subito la mia malattia, e quel silenzio è diventato un rifugio: un patto intimo che mi ha consentito di attraversare la paura senza dissolvermi. Ho smesso di spiegarmi, di giustificarmi, di performare. Ho raccolto l’energia rimasta e l’ho riportata a casa: nel corpo, nel respiro, nel presente.
Ma io non sono la mia malattia.
Amo la comunicazione perché è il luogo in cui le persone si incontrano davvero, dove le distanze si accorciano e le maschere cadono. È lì che ho scelto di costruire il mio lavoro, trasformando la parola in ascolto e l’ascolto in relazione. So raccontare, sì, ma soprattutto so fare spazio. E fare spazio, per me, è la forma più potente di amore.
Paradossalmente, il momento più difficile non è stato dopo la diagnosi, ma prima. Ero sospesa, sballottata tra esami, ospedali, interventi, TAC, PET, aghi e attese infinite, con una paura che non aveva ancora un nome. Prima ancora di iniziare tutto l’iter, il mio oncologo era stato molto diretto: mi aveva parlato di percentuali, di possibilità diverse, riducendo tutto a una questione di numeri, come se la mia vita potesse essere contenuta in una formula matematica.
Poi è arrivata la diagnosi. E, in modo del tutto inatteso, ho provato sollievo. Era l’ipotesi che, tra quelle prospettate, mi offriva più possibilità di vita. Ricordo ancora la scena: i miei genitori e il mio fidanzato dell’epoca, le uniche persone a saperlo, erano distrutti. Io invece ho esultato. Sembra quasi assurdo raccontarlo oggi, ma ero quasi felice di aver “vinto” l’opzione meno peggio, lucida e pronta a giocare tra quei numeri, sospesa tra un istinto di sopravvivenza potentissimo e una forza che non sapevo di avere.
È stato lì che ho smesso di chiedermi “perché proprio a me?”. Ho capito che non potevo scegliere ciò che mi stava accadendo, ma potevo scegliere come viverlo. E quella scelta ha cambiato tutto.
Più che i cambiamenti del corpo, la cosa più difficile è stata gestire ciò che arrivava dagli altri. Per questo ho scelto di non dirlo a nessuno. È stata una scelta istintiva, ma anche una necessità. Volevo evitarmi gli sguardi, le domande, la pietà, le frasi fatte dette solo per riempire il silenzio.
A parte i miei genitori e il mio fidanzato dell’epoca, nessuno sapeva cosa stessi vivendo. E, se avessi potuto, avrei evitato di dirlo anche a loro.
In questo senso, seppur difficilissimo, il periodo del Covid mi ha protetta. L’isolamento mi ha offerto uno spazio sicuro: mi ha permesso di stare lontana dagli altri e di concentrarmi solo su di me, sul corpo, sulla cura. Senza dover spiegare, giustificare o rassicurare.
Questo non significa che il rapporto con il mio corpo sia stato semplice. Perdere i capelli, il gonfiore del cortisone, la pelle sempre più gialla, il catetere dopo l’intervento, il PICC al braccio, l’impossibilità di farsi una doccia senza avvolgersi nella pellicola: sono esperienze che nessuno immagina di dover vivere, soprattutto a quell’età. Un’età fatta di leggerezza, di corpi che non fanno domande, di progetti che sembrano infiniti.
E invece il mio corpo cambiava, e io dovevo imparare a riconoscerlo di nuovo. Ma lì, nel corpo, non dovevo spiegazioni a nessuno. Ero sola con me stessa: con e contro di me, mentre cercavo di accettarmi, di reinventarmi, semplicemente per restare intera.
La diagnosi, l’intervento, la terapia e l’arma del sorriso
Oggi dentro di me resta fragile tutto ciò che riguarda il futuro. La paura che la vita o il corpo possano tradirmi in un attimo rende difficile fare progetti a lungo termine. È una fragilità che, anche dopo tanto tempo, resta viva, delicata.
Eppure, insieme a questa fragilità, c’è una forza che non avrei mai immaginato di avere. Una sicurezza in me stessa, in chi sono, in chi è Giorgia: una donna che ha attraversato la tempesta, che porta le sue cicatrici, ma che ha la fortuna di poterlo raccontare.
Oggi il mio sorriso è la mia arma. Leggero, libero, capace di proteggermi senza nascondermi. Capace di affrontare il mondo senza essere travolta dal peso della paura. Perché la vita non è sopravvivere: è respirare, sentire, assaporare ogni istante. È vivere con tutto ciò che abbiamo.
Ho visto la fragilità e il dolore allo specchio, mi sono vista persa, disorientata, ma ho imparato a trasformare la paura in coraggio, il dolore in consapevolezza, le ferite in gratitudine.
Oggi la mia fragilità convive con la mia forza, con la mia energia e con quella leggerezza che trasforma il dolore in bussola. E il sorriso resta il mio strumento più potente: per proteggermi, per connettermi, per affrontare il mondo anche nei momenti più duri.
E questa, di Aldous Huxley, resta la frase che più mi rappresenta:
“È buio perché ti stai sforzando troppo. […]
Con leggerezza, bimba, con leggerezza.
Impara a fare ogni cosa con leggerezza…”
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