Nel percorso oncologico c’è un momento in cui la solitudine sembra quasi di poterla addirittura toccare. Non si tratta solo dell’isolamento imposto dalle cure o dalla stanchezza, parlo di una distanza più sottile: quella che si crea tra chi attraversa la malattia in prima persona e chi lo/la circonda, che non sa cosa dire o come esserci.
E lì, spesso, nasce il bisogno di una rete di persone che parlino la stessa lingua e che su quella strada ci siano passati.
Pazienti oncologici, il sostegno in chi ha già affrontato il percorso
Liliana lo dice senza esitazioni: “È urgente e determinante che i pazienti oncologici possano cercare e trovare sostegno in coloro che quella strada l’hanno già percorsa ed attraversata”.
Per lei si è trattato di una vera e propria ancora di salvezza: “Per me è stato salvifico! Le loro parole, le loro lacrime, i loro sorrisi sono stati il mio salvagente nel mare burrascoso della malattia”.
È così: solo chi ha vissuto la stessa esperienza può muoversi nello spazio di un linguaggio comune, può comprendere immediatamente e può regalare il lusso della libertà di non dover spiegare ogni sfumatura emotiva.
Nei gruppi di auto-mutuo-aiuto, nelle conversazioni, nei libri, nei podcast, Liliana ha trovato sia conforto emotivo che strumenti per affrontare la quotidianità: “Mi hanno insegnato come gestire la nausea, la paura, la burocrazia, la solitudine”.
La rete che salva non deve necessariamente basarsi su enormi discorsi motivazionali. Può anche essere fatta di dettagli (considerati spesso insignificanti ma in realtà estremamente importanti): sapere a chi rivolgersi, come orientarsi tra esenzioni e permessi, come gestire un effetto collaterale che era stato spiegato in modo superficiale.
“Ricevere piccoli suggerimenti mi ha aiutata grandemente ad affrontare la quotidianità, a sentirmi meno sola, meno spaventata” dice Liliana. È in queste parole che comprendo quanto per lei la condivisione sia stata una forma di cura parallela.
Cancro: l’esperienza personale diventa aiuto per gli altri
Per quanto mossi da amore e ottime intenzioni, familiari e amici possono far fatica a reggere preoccupazione o sensazione di impotenza e a trovare le parole che validino ciò che un paziente oncologico prova. Chi l’ha vissuto invece non ha bisogno di edulcorare. Può permettersi la verità. Una verità che costruisce appartenenza.
Liliana descrive molto bene il passaggio dall’isolamento al tornare a sentirsi parte di qualcosa. Non più “un’isola alla deriva” ma una donna in una comunità che vede la sua fatica, la valida, la legittima. Una comunità in cui non viene chiesto di essere forti e positivi a tutti i costi, perché la fragilità è un linguaggio compreso.
Parlare di rete che salva, significa anche dare un ruolo alle relazioni e riconoscere che la cura non è solo terapia farmacologica ma anche ciò che accade fuori dall’ospedale: negli scambi tra pari, nelle esperienze condivise, nei consigli.
La storia di Liliana ci dice anche questo: nessuno dovrebbe affrontare da solo un percorso oncologico. Esistono legami che funzionano proprio come salvagenti, tengono a galla e impediscono di affogare.
Sara Calzavacca



