L’hanno vista in molti, l’hanno saputo tutti: martedì sera ai Campionati Mondiali di calcio è andata in scena una storia che va al di là di una semplice partita di pallone. Si sono incontrati, anzi, scontrati due mondi e il risultato si è visto: l’organizzazione contro la fantasia, la durezza contro l’estro, la freddezza contro l’emotività. Hanno vinto l’organizzazione, la freddezza e una certa dose di cattiveria: 7 a 1 per la Germania sul Brasile.
E’ stato bello ascoltare i commenti della gente il giorno dopo, perché tutti avevano qualcosa da dire, ma, scavando fino in fondo, si poteva notare che la gente si divideva in due gruppi: i “buoni di cuore” e i “freddi di cuore”. La maggior parte, i buoni, erano dispiaciuti, perché è sempre triste veder umiliare le persone, specie nello sport; l’altra parte, i freddi, erano ammirati dalla determinazione dei tedeschi, che non hanno mollato neppure quando stavano stravincendo, hanno voluto umiliare il Brasile e pareva quasi ne godessero.
Ma, cattiveria o no, freddezza o no, qualcosa dai tedeschi dovremmo imparare anche noi. Basta guardarli in faccia quando cantano l’inno nazionale all’inizio della partita: nessuno di loro ha la cresta, nessuno ha il codino, nessuno ha le ciglia rifatte, nessuno è ricoperto da tatuaggi. L’esatto contrario di tanti nostri coccolatissimi calciatori italiani. Forse un po’ di normalità farebbe bene anche ai nostri, che a volte in campo più che calciatori sembrano fotomodelle.
Piero Uboldi

