Chi oggi ha sessanta o settant’anni appartiene a una generazione che ha visto il mondo trasformarsi più volte nel corso della propria vita. È cresciuta in un’Italia dove il telefono era fisso o a gettoni, la tv in bianco e nero, i rapporti umani si costruivano guardandosi negli occhi. Ha conosciuto il valore dell’attesa, del sacrificio e della conquista graduale del benessere.
Le nuove generazioni, invece, sono nate in un universo completamente diverso. Internet, smartphone, social network e IA hanno rivoluzionato il modo di comunicare, studiare, lavorare e persino amare. Tutto è immediato, accessibile in pochi secondi. Le distanze si sono accorciate, ma spesso si ha l’impressione che si siano allungate quelle emotive. Si hanno centinaia di contatti e sempre meno occasioni di incontro reale. Centinaia di amici virtuali e pochissimi veri amici reali.
Siamo migliori noi, che apparteniamo alla vecchia generazione, o loro? Forse nessuna generazione è migliore dell’altra, ognuna è figlia del proprio tempo. Tuttavia resta una domanda che merita di essere posta: se la tecnologia continuerà a sostituire relazioni, memoria e capacità critiche, se gli algoritmi finiranno per influenzare sempre più le nostre scelte quotidiane, cosa resterà dell’esperienza umana che da sempre accompagna la crescita delle persone? È una domanda senza risposta. Proprio per questo, guardando al futuro, qualche perplessità mi sorge.
Piero Uboldi




