“La legge è uguale per tutti”, così ci insegna, da sempre, la giurisprudenza. Una regola così ovvia che non dovrebbero neppure ricordarcela. Ma in Italia, purtroppo, non sempre è così, purtroppo in Italia ci sono ancora diseguaglianze. La più clamorosa è stata ribadita pochi giorni fa proprio da uno degli organi supremi della nostra Giustizia: la Corte di Cassazione. Nella sentenza 11868, infatti, la Corte stabilisce che le nuove regole previste dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si possono applicare ai dipendenti pubblici.
In sostanza, le aziende private possono licenziare i loro dipendenti senza che (in determinati casi) possa scattare il reintegro, mentre le aziende pubbliche e gli enti pubblici non possono farlo. Perchè? La Corte si attorciglia in spiegazioni poco convincenti per giustificare la propria decisione, spiegazioni che ci lasciano molto perplessi.
La regola dev'essere semplice: lo Statuto dei lavoratori deve valere per tutti nello stesso modo, non può valere in un modo per alcuni e in un altro per altri. Ma, se proprio si volessero fare delle differenze, sarebbe giusto tutelare di più i lavoratori privati, che devono rispondere a “capi” che guardano solo alla logica del profitto; invece in Italia si fa l'esatto contrario: si tutela di più chi è già più tutelato (il dipendente pubblico) e si tutela di meno chi è già meno tutelato (il dipendente privato).
Illogico e profondamente ingiusto. E non venite a dirmi che però, adesso, si possono licenziare i dipendenti pubblici che firmano il cartellino e poi vanno a fare shopping: se fossimo un Paese normale, questo doveva avvenire da quando il cartellino è stato inventato.
Piero Uboldi
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