In alcuni parchi inglesi sono state introdotte panchine contro la solitudine. Sono di due tipi: per chi vuole chiacchierare o per chi vuole stare da solo a riflettere.
Questa iniziativa mette a fuoco un’emergenza silenziosa che attraversa anche le nostre città, ma raramente trova spazio nelle prime pagine: la solitudine. Non quella romantica dei poeti, né quella desiderata per ritrovare sé stessi, ma una solitudine sociale che divide, isola, logora. La incontriamo negli anziani che vivono soli e che parlano più al televisore che a un essere umano; nei ragazzi che popolano le strade con le cuffie nelle orecchie per non sentirsi esclusi; nelle famiglie che, dietro porte chiuse, fanno i conti con fragilità che non osano raccontare.
Viviamo nel tempo connesso per eccellenza, eppure è il tempo in cui ci si sente più soli. Le comunità, che erano rete naturale di sostegno, oggi scricchiolano sotto il peso di ritmi frenetici, le compagnie che facevano ritrovare i giovani nelle strade sono state spazzate via da una tecnologia che ci isola.
Come salvarsi da questa peste? La cura non passa da grandi riforme o proclami, ma da gesti semplici: un saluto al vicino, un incontro di quartiere, un volontariato che riporta le persone al centro.
Ricostruire una comunità non è un progetto nostalgico, è una necessità. La vera modernità non sta nell’isolarsi, ma nel ritessere i fili che ci uniscono. Dobbiamo ricominciare da ciò che abbiamo dimenticato: l’essere comunità.
Piero Uboldi




