Martedì e mercoledì sera ho visto il Festival di Sanremo. Sì, non mi vergogno a dirlo, anche se il Festival mi ricorda un po’ i tempi in cui era in auge Silvio Berlusconi: nessuno ammetteva di averlo votato, però vinceva le elezioni. Lo stesso vale per Sanremo: nessuno lo guarda, ma stravince sempre le sfide dell’Auditel.
Io, per lo meno, ammetto di averlo guardato e sapete che cosa vi dico? Che ho ammirato delle voci meravigliose, stupende, potenti e limpide. Sì, voci davvero emozionanti. Peccato solo che… le voci che mi hanno emozionato sono state quelle di Al Bano (76 anni), Massimo Ranieri (68 anni) e Angela dei Ricchi e Poveri (72 anni). Voci di professionisti che sanno cantare sul serio. Le voci dei cosiddetti “Big” in concorso, a parte la grintosissima Rita Pavone (74 anni) e pochi altri, erano lontane chilometri da quelle dei “vecchietti”. Tant’è che dopo le prime due serate l’unico motivo per cui si parlava dei cantanti in gara era per commentare l’esibizione di uno dei “Big” che ha cantato seminudo. Le belle voci in gara? Non pervenute o quasi.
Poi, dopo il trionfo di applausi tributato agli idoli in naftalina, dopo aver sentito cantare Al Bano e i Ricchi e poveri, arriva mia moglie che mi chiede: “Ma perché oggi non fanno più canzoni così allegre e orecchiabili?”. E mi cita “Felicità”, “Mamma Maria”, “Com’è bello far l’amore…”. Sono le classiche “canzonette” tanto denigrate e offese ma che poi, alla prova dei fatti, sono quelle che ancor oggi si cantano. Perchè non se ne fanno più? Forse perché non erano poi così tanto “canzonette”, ma capolavori pop che sopravvivono nei decenni.
E forse oggi non si è più capaci di scriverle.
Piero Uboldi
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