Alla Bottega del Grillo, spazio nato in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, il fotografo di Capaci Antonio Vassallo ha portato una testimonianza intensa e priva di retorica. Nato nel 1968, aveva appena 24 anni quando si trovò sul luogo dell’eccidio di Capaci, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e magistrata Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.
Davanti ai cittadini, Vassallo ha ripercorso la propria esperienza umana e professionale legata a quel 23 maggio 1992, oggi al centro del libro Negli occhi di Giovanni. Storia di un ragazzo di Capaci, scritto insieme a Fabrizio Silei con la prefazione di Roberto Saviano.
«Il titolo», ha spiegato Vassallo, «richiama due Giovanni: da una parte Giovanni Falcone, il magistrato ucciso nell’attentato mafioso; dall’altra Giovanni Battaglia, mafioso tra gli autori della strage, che mi aveva visto crescere: non avevo ancora coscienza di chi fosse, ma lo capii molto tempo dopo, quando già avevo compreso da che parte stare.”
Alla Bottega del Grillo di Garbagnate Milanese, la testimonianza di Antonio Vassallo, fotografo tra i primi ad arrivare sulla strage di Capaci, nel suo nuovo libro “Negli occhi di Giovanni. Storia di un ragazzo di Capaci”
Tra i primi ad arrivare sul luogo dell’attentato, Vassallo ha ricordato i momenti drammatici in cui incrociò lo sguardo di Falcone, ancora vivo al volante, e l’incontro ravvicinato con l’agente Angelo Corbo, sopravvissuto a bordo della Croma azzurra, l’ultima auto del corteo di Falcone.
«Alla cerimonia per il diciassettesimo anniversario della strage ho incontrato di nuovo Angelo Corbo, che mi riconobbe dopo tutti quegli anni, nonostante ci fossimo visti solo per pochi istanti quel 23 maggio 1992», ha raccontato Vassallo. «Subito dopo l’esplosione, quando scesi imprudentemente vicino al cratere, lui mi vide con la macchina fotografica in mano. Era ferito e frastornato dal boato, non poteva capire chi fossi e pensò che facessi parte del commando mafioso venuto a finirlo. Per questo mi puntò contro il mitra: non aveva riconosciuto l’apparecchio fotografico che tenevo tra le mani, scambiandolo plausibilmente per un’arma».
Vassallo ha poi proseguito: «Scappai, ma tornai poco dopo sul luogo dell’attentato. Cominciai a scattare prima fotografie panoramiche del cratere, poi immagini sempre più ravvicinate delle auto distrutte per documentare i soccorsi. Mentre ero vicino alla Croma bianca di Falcone, fui avvicinato da due uomini in abiti civili che mi mostrarono rapidamente un tesserino delle forze dell’ordine. Nonostante avessi esibito la mia regolare licenza di fotografo rilasciata dalla Questura, mi sequestrarono con la forza il rullino, intimandomi di consegnare tutto il materiale». E ha aggiunto con amarezza: «Ancora oggi mi chiedo chi avessi fotografato in quelle immagini».
L’incontro si è concluso con un messaggio rivolto soprattutto ai giovani sul valore delle scelte quotidiane: «La mafia non arriva sempre con il volto feroce. A volte ha la faccia di chi ti vuole bene». Un monito netto alla responsabilità civile, perché la memoria non si riduca a una commemorazione sterile.
Al termine dell’incontro, il pubblico ha rivolto alcune domande a Vassallo, che ha condiviso ricordi personali e il desiderio di arrivare a una verità completa sulla strage, ancora oggi parziale a distanza di 34 anni.
Nic. Ni.



