Giorgio Armani, agli occhi di tutti gli italiani e probabilmente del mondo intero, era immortale. E la sua scomparsa, ieri, a 91 anni, ha scosso tutti. L’annuncio è stato diffuso sui canali social del Gruppo, con una nota che, oltre a esprimere il cordoglio dei suoi affetti e dei suoi dipendenti, ricorda anche chi era lo stilista: un creativo, un lavoratore instancabile, un uomo che ha fatto dell’amore per la moda tutto il suo mondo.
Quest’anno, per la prima volta, non aveva partecipato alle sfilate di giugno a causa di un’infezione polmonare, da cui però sembrava essersi ripreso. Le fonti ufficiali avevano infatti riportato che Armani era tornato al lavoro, aveva progettato e visionato i look per la sfilata dell’anniversario del brand. E di pochi giorni fa anche la notizia dell’acquisizione della Capannina, lo storico locale di Forte dei Marmi dove, nel 1966, aveva conosciuto colui che sarebbe stato il suo partner nel lavoro e nella vita: Sergio Galeotti. Partnership che si interruppe solo nel 1985, quando Galeotti morì a causa della leucemia. Un gesto d’amore, come “per amore” era stata tutta la sua vita. E invece la storia, con grande rammarico, si è conclusa ieri, quando i familiari e il compagno Leo Dell’Orco ne hanno annunciato la scomparsa.
Ma chi era re Giorgio?
Giorgio Armani nacque l’11 luglio 1943 a Piacenza, sulle rive del Po. Era il figlio più piccolo e il più coccolato, come lui stesso racconta nelle prime pagine nell’autobiografia “Per amore”. E la moda, all’epoca, non era certo nei suoi piani. Anzi, era molto più affascinato dal mondo del cinema, che poi sarebbe diventato parte integrante del suo lavoro da stilista. Approdò a Milano nel 1949, subito dopo la guerra e, una volta terminato il liceo, si affacciò al mondo universitario con l’idea di studiare medicina. Idea che, ben presto, sfumò: Armani racconta, sempre nella sua autobiografia, di esserne rimasto deluso e di avere deciso di conseguenza di abbandonare gli studi e partire per la leva militare, così da poter contribuire al sostentamento della sua famiglia.
Fu solo al suo ritorno che ebbe inizio il primo capitolo della fiaba di re Giorgio. Nel 1957, avvicinatosi alla moda grazie al lavoro della sorella Rosanna, una modella, iniziò la sua carriera come vetrinista alla Rinascente di Milano. Un lavoro che ebbe in comune con un altro grande artista, ovvero Andy Warhol.
A metà anni ’60, però, decise di cambiare professione e ciò fu possibile grazie anche all’intervento di Nino Cerruti, noto industriale e designer di moda uomo, proprietario del brand Hitman che l’aveva notato proprio grazie al suo lavoro come vetrinista. Armani iniziò dunque a lavorare come freelance designer da Hitman e, su richiesta di Cerruti, progettò un nuovo capo di abbigliamento meno rigido, più confortevole, che voleva dare una nuova immagine della moda maschile.
Ma la vera svolta arrivò nel 1973, quando insieme col suo partner nel business e nella vita, Sergio Galeotti, Armani decise di creare la sua etichetta personale. Lui era l’anima creativa del nuovo brand e Galeotti rappresentava la parte manageriale: una coppia che avrebbe rivoluzionato da lì a poco il mondo della moda italiana e globale.
Dopo soli due anni dalla nascita di Armani Spa, nel luglio del 1975, re Giorgio lanciò uno dei suoi pezzi forti e iconici: la giacca da uomo destrutturata. Finemente e sartorialmente lavorata, morbida come una seconda pelle e priva dei pads sulle spalle, divenne in breve tempo un outfit rivoluzionario che garantiva comodità, eleganza e ottima vestibilità, lontana anni luce dalla rigidità del periodo precedente, ma altrettanto pregiata. Era anche l’inizio di un nuovo modo di concepire il designer di moda: Armani non si definiva né un couturier né un sarto, lui era un creativo, uno stilista – il primo nella storia della moda. La giacca da donna destrutturata venne lanciata poco dopo, segnando la consacrazione della sua carriera stellare.
Da quel momento in avanti piovvero successi: nel 1981 nacque Emporio Armani, la prima linea creata da un designer e dedicata alle giovani tribù metropolitane. Nel 2000 gli venne dedicata una retrospettiva sul brand, esposta al Guggenheim Museum di New York; nel 2005 Armani aprì Armani Privè, la linea di alta moda, diventata presto un must per i matrimoni delle star, sui red carpet e agli Oscar. Infine, nel 2015 fu inaugurato Armani/Silos, lo spazio espositivo di arte e moda del brand, per celebrare il suo 40esimo anniversario di Armani Spa e il decimo anniversario di Armani Privé. Fu proprio re Giorgio stesso a curare il progetto, rinnovando un ex edificio di stoccaggio di cereali, da cui deriva proprio il nome Silos.
Lo stile semplice, perfetto, essenziale di Armani
Giorgio Armani delineò il proprio stile basandosi sulle idee di semplicità, perfezione ed essenzialità. Dagli anni 70 in avanti, sulle passerelle sfilarono abili con una palette di colori estremamente riconoscibile, dal blu al navy, all’azzurro all’azzurro acqua, e un mix perfetto di grigio e beige rinominato “greige”, simbolo perfetto della vita metropolitana milanese. I materiali soffici e le nuove silhouette volevano rendere l’idea di una maggior consapevolezza del corpo, legata alla fascinazione di Armani per la medicina e al suo passato di ex studente, nonché di un look più confortevole.
La rivoluzione dello stilista rese l’uomo più “morbido” e chill e le donne più forti e rigorose. Nella metà degli anni ’80, infatti, con l’ascesa della carriera delle donne, la power suite di re Giorgio diede inizio a una rivoluzione nello stile che rese la clientela femminile più consapevole della propria forza: il famoso empowerment femminile che rese possibile grazie anche all’abbigliamento.
Il giornale Time, con una cover story di otto pagine, nel 1982 consacrò Armani come il re della moda italiana, rendendolo il secondo designer a essere scelto per la cover del famosissimo giornale.
Lo stilista si ispirò inoltre al glamour degli anni ’30 e ’40, all’allure misteriosa, sensuale e androgina delle star di quegli anni come la Garbo e Marlene Dietrich. Ma non mancarono nei suoi look, nel corso degli anni, ispirazioni dell’est con pantaloni larghi/morbidi, giacche lunghe, djellabas e ancora le linee geometriche della Bauhaus, l’impeccabile stile del lontano Oriente. La semplice eleganza delle forme di Cina, Corea e Giappone, le palette di colore leggere delle stampe giapponesi furono anch’esse tra le sue forme di ispirazione.
Giorgio Armani: il cinema
Armani fu inoltre il primo designer a instaurare un lungo e indissolubile legame con Hollywood, vestendo numerose star dentro e fuori dal set. Ha disegnato fino all’ultimo gli outfit di più di 200 film, tra cui American Gigolo nel 1980 – il completo di Richard Gere è tra i più iconici nella storia del cinema, senza contare l’armadio pieno di capi Armani di The Untouchables con Sean Connery e Kevin Costner.
Ma anche i protagonisti di Quei Bravi Ragazzi diretto da Scorsese, che vestono Armani, e ancora, Christian Bale nel Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan o Di Caprio in The Wolf of Wall Street. Inoltre Armani è considerato il re dei red carpet per gli Academy Awards, poiché nessuno ha vestito così tante star come nel suo caso. Diane Keaton è stata infatti la prima star a vestire Armani agli oscar del 1978, seguita da Michelle Pfeiffer, Jessica Tandy, Jodie Foster, Mira Sorvino, Cate Blanchett, Viola Davis, Renée Zwegeller, Megan Markle, Zendaya, Lady Gaga. Nel 2019 e nel 2021 ricevette, proprio per questo impegno, due prestigiosi premi alla carriera: the Outstanding Achievement Award e il premio di cavaliere della Repubblica italiana.
Il futuro
E adesso? Armani ha sempre progettato ogni cosa con attenzione e precisione, con una forte consapevolezza di sé e il futuro del Gruppo Armani – dalla casa di moda alla sua squadra di basket che tanto amava, l’Olimpia Milano – sembra essere in buone mani, quelle di Leo Dell’Orco e, stilisticamente parlando, della nipote Silvana Armani. Perché, come ha detto Re Giorgio stesso in “Per amore”, “quando le cose si fanno col cuore e con la mente, quando si inventa mettendo davvero in gioco se stessi, il tempo è solo una variabile relativa.”
Rebecca Calabrò
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