Intervista a Marco Bosio, direttore Asst Rhodense: il futuro tra Case di Comunità e Cure Palliative.
La sanità deve affrontare tante sfide anche a livello locale e ancor oggi ha diversi problemi da risolvere. Per fare il punto della situazione su alcuni aspetti, abbiamo intervistato il Direttore generale dell’Asst Rhodense Marco Bosio.
Dottor Bosio, è possibile ovviare alla carenza di personale adottando infermieri volontari, sul modello delle tante associazioni che operano in ospedale?
“I volontari svolgono un ruolo prezioso e importante, ma non possono in alcun modo sostituire l’attività professionale specialistica”.
L’Hospice cambia dicitura e diventa Reparto di Cure Palliative…
“Quella di “Hospice” è una denominazione definita a livello nazionale, non dalle singole aziende. Più che soffermarsi sul nome, però, vorrei porre l’attenzione sul lavoro straordinario dei nostri professionisti e sulla loro profonda sensibilità nella cura del malato”.
Per chi presenta fattori di rischio come fumo e alcol, quale strategia può introdurre un’azienda sanitaria per ridurre l’incidenza di malattie cardiovascolari e oncologiche?
“Promuoviamo campagne di prevenzione e numerosi incontri diffusi sul territorio per veicolare messaggi positivi. Parliamo di stili di vita, alimentazione e corrette abitudini: tutto ciò che può favorire la longevità. La vera sfida è trasformare l’informazione in una cultura della prevenzione, spiegando ai cittadini cosa sia giusto fare per vivere il più a lungo e meglio possibile”.
Marco Bosio, direttore Asst Rhodense, case di comunità e cure palliative
La promozione della salute nelle scuole riguarda anche il personale, non solo gli studenti…
“Certamente. Il personale scolastico è composto da cittadini e il nostro dovere è promuovere la salute di tutti, a prescindere dal luogo di lavoro. Se per gli studenti il focus principale è oggi legato al disagio giovanile, l’attività di divulgazione e formazione sanitaria resta un diritto e un obiettivo universale che include, ovviamente, anche gli operatori della scuola”.
Quali strumenti concreti può mettere a disposizione l’Asst Rhodense per affrontare il “burnout” (sindrome da stress cronico) del personale scolastico?
“Questo ambito esula parzialmente dalle competenze dirette dell’Asst; dovrebbero essere le scuole stesse a fornire strumenti di supporto psicologico ai propri dipendenti. Noi disponiamo di un ambulatorio di Medicina del Lavoro dedicato alle aziende del territorio, ma il nostro intervento scatta solitamente quando il disagio è già stato intercettato”.
Qual è il rischio per il futuro della sanità territoriale che oggi viene sottovalutato?
“Più che rischi, vedo grandi opportunità. L’unico vero pericolo è non riuscire a far comprendere ai cittadini il cambiamento in atto e le potenzialità offerte dalle Case e dagli Ospedali di Comunità. Dobbiamo informare la popolazione su come accedere ai servizi in modo più agevole; per questo motivo organizzeremo anche quest’anno degli incontri pubblici dedicati”.
Quale innovazione ha davvero migliorato la vita dei pazienti e cosa, invece, non ha funzionato come sperato?
“La ricerca scientifica ha fatto passi da gigante: in Italia l’aspettativa di vita media è di 84 anni. La sfida ora è migliorare la “speranza di vita in buona salute”, che attualmente si ferma intorno ai 65-68 anni. Dobbiamo essere capaci di puntare ancora di più sulla prevenzione per intercettare precocemente le malattie. Abbiamo fatto tanto, ma il margine di miglioramento è ancora ampio”.
C’è una decisione impopolare che ha dovuto prendere ritenendola necessaria?
“Decisioni impopolari verso l’utenza no, perché sarebbe contrario alla nostra missione. Esistono però scelte che possono risultare meno gradite ai professionisti abituati a certi ritmi lavorativi. Un esempio è il consolidamento delle attività ambulatoriali all’interno delle Case di Comunità: chiediamo ai medici di spostarsi dall’ospedale al territorio. Per loro può essere meno comodo, ma il futuro della sanità ci impone di andare fisicamente incontro alle persone”.




